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  • 03.02.2010
    Autore: Redazione

    Roma, 1 feb. – “I pericoli per la donna derivanti dalla commercializzazione illegale della pillola Ru486 sono potenzialmente enormi. Per questo esprimo grande apprezzamento per il sollecito intervento del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, volto ad assicurare piena e rigorosa vigilanza sul fenomeno”. Lo dice la deputata Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità del PdL.

    “Purtroppo già in passato si sono verificati casi simili in Europa, come denunciato dalla Bbc tempo fa. Il rischio che questa pratica si diffonda anche in Italia è dunque concreto – prosegue la parlamentare - Anche per questo mi auguro che alcuni esponenti politici riflettano sui messaggi culturali lanciati in questi mesi. Messaggi in cui l’introduzione della Ru486 veniva subdolamente salutata come una conquista di libertà, la panacea per un aborto facile e indolore. La realtà non è questa e le donne ne devono essere consapevoli per poter pretendere la corretta assistenza che merita la loro salute”.

Articoli in primo piano
  • 29.01.2010
    Autore: Redazione

    di Barbara Saltamartini

    Analizzare la situazione femminile in Italia non è impresa semplice poiché, il più delle volte, si rischia di incappare in luoghi comuni o, peggio, in rivendicazioni di retroguardia che fanno male in primo luogo agli interessi delle donne. Nella mia esperienza politica come responsabile nazionale delle Pari opportunità in An e poi nel PdL, posso dire che il primo e più pericoloso errore è proprio quello di inquadrare l’argomento alla stregua della difesa d’ufficio di una categoria protetta. Un approccio spesso figlio di un pregiudizio tutto maschile e maschilista, ancora duro a morire, che tende a vedere le donne come una presenza marginale, una sorta di minoranza da proteggere ed integrare. Il risultato di questa logica travisante e innaturale – tuttora assai diffusa – è quello di relegare la questione in una soffocante nicchia di genere impostata, per lo più, sul discorso delle quote rosa.
    Sia chiaro, le quote possono rivelarsi molto utili, se usate in modo transitorio, per sfondare quel “soffitto di cristallo” che ancora oggi impedisce nel nostro Paese l’accesso femminile ai vertici della politica e dell’economia: solo implementando la presenza ‘rosa’ ai posti di comando, infatti, è possibile innestare un circolo virtuoso che apra spazi e possibilità ad altre donne.
    Ma per andare oltre questo parziale orizzonte, occorre porsi obiettivi insieme più profondi e ambiziosi. E questi obiettivi non possono prescindere da una fondamentale considerazione: per troppo tempo la politica, e soprattutto la politica italiana, ha trascurato l’ottica femminile sui problemi del Paese. Dal lavoro alla demografia, dall’organizzazione dei tempi urbani alla sicurezza, dalle politiche sociali a quelle della salute, il punto di vista delle donne è stato a lungo dimenticato e ignorato. Così, ancora oggi, l’Istat certifica drammaticamente che solo il 47% delle donne possiede un lavoro mentre il Censis descrive l’Italia come un Paese senza figli dove avere una gravidanza diventa un atto solitario ed eroico. Le disparità e le discriminazioni permangono mentre, come dicevamo, il problema della rappresentanza femminile, in ogni settore, è ancora lungi dall’essere risolto.
    Riconoscere le molte criticità di questa situazione non deve tuttavia impedirci di osservare la rilevanza di alcuni cambiamenti già decisamente in atto. Ne sono fulgido esempio Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria, Federica Guidi, leader dei giovani di Confindustria e Renata Polverini, prima donna segretario generale di un sindacato e ora autorevole candidata del PdL alla presidenza della Regione Lazio. Donne che testimoniano la transizione verso un modello sociale in cui la diversità è ricchezza e le peculiarità femminili possono costituire quella marcia in più in grado di restituire slancio all’intero sistema. Mi piace considerare questa lenta ma progressiva evoluzione come una “rivoluzione silenziosa” poiché compiuta quotidianamente dal lavoro coscienzioso, onesto, spesso oscuro ma costante e prezioso di quel “genio femminile” – come lo chiamò Papa Wojtyla – a cui, a mio avviso, appartiene il futuro. Pensiamo, ad esempio, all’incredibile volano di sviluppo che le donne potrebbero innescare se l’occupazione femminile italiana raggiungesse la media di quella europea. La crescita del Pil, ci dicono le statistiche, sarebbe addirittura del 7%.
    E’, dunque, sul terreno dell’inclusione – sociale, politica, economica, civile - che va inquadrata la sfida femminile. A questo riguardo, tuttavia, spiace constatare la disattenzione generale con cui molti osservatori – anche i più competenti – hanno accolto alcuni importanti interventi che l’attuale Esecutivo ha varato di recente, a partire dal grande piano di conciliazione del ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna. Un piano studiato appositamente per sostenere il ruolo di cura svolto dalle donne, con uno stanziamento di 40 milioni di euro per progetti come le tagesmutter, ovvero le baby-sitter di condominio. Proprio il nodo della conciliazione, infatti, trasversale a numerosi settori della vita pubblica, costituisce uno dei più granitici ostacoli alla crescita femminile.
    Conciliazione vuol dire, ad esempio, orari delle città non incompatibili con la vita di una donna già divisa fra famiglia e occupazione. Vuol dire maggiore flessibilità nei tempi e nelle modalità di svolgimento del lavoro (anche attraverso opzioni come il telelavoro). E vuol dire soprattutto un’offerta di servizi più consistente e più efficiente.
    Il problema non è soltanto assicurare alle donne la giusta e auspicabile realizzazione professionale ma fare in modo che tale realizzazione non comporti scelte innaturali e mutilanti, come la rinuncia alla maternità. Una rinuncia, si badi bene, che pone un inedito problema di libertà femminile, oltre a spingere il nostro Paese verso la pericolosa china del suicidio demografico. Ecco perché riconoscere il valore sociale della maternità, quale risorsa pubblica di un’intera comunità, assume una valenza strategica ancor prima che morale e sociale. Di qui l’importanza di restituire centralità alla famiglia, superando le ormai obsolete logiche individualistiche e assistenziali a favore di un welfare finalmente sussidiario e di comunità. In questa ottica si pone anche quella profonda e necessaria rivoluzione fiscale che si chiama quoziente familiare, uno strumento demografico e di equità fiscale teso a sostenere specificamente i nuclei familiari numerosi.
    Come è evidente dai punti che ho sottolineato, affrontare la questione femminile impone un approccio che è insieme politico e culturale. D’altronde, lo storico fallimento di un femminismo sradicante e autoreferenziale ha ampiamente dimostrato che la libertà delle donne non equivale affatto ad un’emancipazione in tutto e per tutto omologante ai modelli maschili. Al contrario essa impone, pena la perdita di un’identità profonda, la valorizzazione di quella specificità umanamente e socialmente significante. In questo senso, la battaglia compiuta da noi donne di destra è stata proprio quella di garantire non uno straniante egualitarismo ma un percorso ove sia realmente possibile essere pari eppure diverse. La strada è ancora lunga ma solo ‘mettendo all’opera’ questa differenza sarà possibile assicurare a tutte le donne piena cittadinanza.

    on. Barbara Saltamartini
    Responsabile nazionale delle Pari opportunità del PdL

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