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Craxi. Perché "un grande italiano"

Autore: Redazione

Politica - 21.01.2010

di Giuliano Castellino

A dieci anni dalla scomparsa di Bettino Craxi abbondano le celebrazioni - ad effetto retroattivo - dello statista italiano, fatto morire da esule sulle sponde di un altro continente.
A dieci anni appunto e con il senno del poi possiamo davvero ricordare la figura e la memoria del leader socialista senza essere viziati dalle contingenze.
E’chiaro che la figura di Craxi ancora oggi divide e luci ed ombre (per noi molte luci e poche ombre) contraddistinguono la storia del leader socialista.
Inoltre per quanto ci riguarda esaltare la figura di Craxi significare anche fare un mea culpa.
Non abbiamo mai nascosto grandissima ammirazione per il Fronte della Gioventù degli anni ‘80, che fu protagonista di una grande stagione di contestazione, agli inizi degli anni ‘90, contro la partitocrazia corrotta che culminò con il primo e vero grande girotondo intorno a Montecitorio il 1 aprile del 1993 e con la contestazione a Bettino Craxi fuori il Raphael.
Quindi c’è ancora chi, con orgoglio, comprensibile per certi aspetti, rivendica quell’esperienza e non ha condivide la riabilitazione de destra di Benedetto Craxi, detto Bettino.
Noi crediamo fortemente che quel FdG, quello degli anni 80, sia stata la più grande esperienza giovanile e movimentista italiana, che quei ragazzi e quella classe dirigente (che tra l’altro ha formato una delle migliori classi politiche a livello nazionale) hanno avuto il merito di non essere risucchiati da quello che veniva chiamato riflusso, di aver dato forza e speranza alla destra italiana e soprattutto hanno avuto il grande merito di far uscire dal ghetto un’intera area politica, traghettando un mondo intero verso la modernizzazione e cavalcando i grandi momenti di trasformazione in atto. Non è un caso che mentre i post ed ex comunisti venivano sepolti dalle macerie del Muro, la destra italiana sembrava rinascere proprio dalla fine delle ideologie e dalla liquidazione del 900.
Così come possiamo comprende la rabbia di una generazione spesso additata ed emarginata che trovò un motivo di vanto e di rivalsa nel vedere una partitocrazia messa sotto accusa e sgretolarsi sotto l’offensiva del pool di “mani pulite”.
Ma rendere onore, riconoscere meriti ed anche avere profonda riconoscenza verso un’ intera organizzazione non vuol dire condividere tutte le sue azioni.
Soprattutto se si giudicano i fatti con il senno del poi…
La destra italiana, pur traendo vantaggi dalla morte della I Repubblica, sbagliò obiettivo e non si rese conto (non era neanche facile allora…) che in Italia era in atto un vere e proprio golpe, attuato da magistrati politicizzati e militanti e con ogni probabilità ordinato da potenze straniere i combutta con gli eredi del PCI.
L’offensiva non era mirata, come forse molti militanti della destra italiana credevano, contro il sistema tangentista e la corruzione, ma si usò la scusa della corruzione e delle tangenti per far fuori chi ostacolava i programmi della speculazione finanziaria alleatosi, dopo la caduta del Muro, con i post comunisti nostrani.
E non è un caso che inchieste e processi (di condanne poi ce ne furono davvero poche…) salvarono l’allora PDS e quella DC vicina a posizioni progressiste e ultra-liberiste e a finire sotto il tritacarne dei giustizialisti furono Craxi, il PSI e quella parte della DC vicina all’Eni e di indirizzo mediterraneo.
Personalmente iniziai ad apprezzare Craxi perché odiato in maniera viscerale dai comunisti e da quei salotti buoni che da sempre si sentono moralmente superiori, ma poi, a questo motivo tutto di cuore, arrivò in mio soccorso un’attenta analisi della vita politica di Craxi.
Il leader socialista fu vero patriota, erede legittimo di quel “partito italiano” la cui militanza, planando dall’aereo incerto di Enrico Mattei per atterrare sulla R4 rossa di Aldo Moro, è garanzia affidabile di fine anticipata e tragica.
(La fortuna in Italia da secoli sembra sorridere solo a chi preferisce servire, in guanti bianchi, ai banchetti internazionali, così da non irritare gli umori dello straniero prepotente ed affamato).
Craxi cancellò la falce e martello dal simbolo del PSI e non fu solo un operazione strategica, Carlo Marx, fu messo, con prontezza, in soffitta e tutto il PSI fu protagonista di una revisione critica suo del patrimonio ideologico, che avvenne a colpi di cannone tutt’altro che improvvisati.
Se il PCI di Berlinguer si arenò sulle spiagge di Jalta, Craxi seppe procedere ad Occidente, con passo lineare e sin troppo nitido. La fedeltà atlantica si sposò con l’autonomia italiana nel Mediterraneo.
Il sostegno agli euromissili, primo colpo inflitto al Muro di Berlino, garantì al premier italiano quei crediti scontati poi durante la misteriosa crisi di Sigonella.
Anche se nessuno pare ricordarsene, oltre la dignità nazionale, a Sigonella, venne allora difesa l’incolumità della gente comune.
E Craxi fu tant’altro… fu il padre del riformismo nazionale, fautore di quel socialismo tricolore tanto caro alla destra sociale, nemico delle privatizzazioni e amico dell’Eni, oltre che baluardo a difesa del patrimonio nazionale.
Unico statista della prima Repubblica, che predicò, con anni di anticipo, con le parole e con i fatti la pacificazione nazionale e tale coraggio continua a difettare nella coscienza opportunista dei politicanti dei nostri tempi grami.
Oltre che primo politico di prim’ordine ad aprire ai missini.
Quindi per tutto questo crediamo che, non tanto la grande mobilitazione del 1 aprile del 93, quella targata FdG e rimasta alla storia per il suo “Arrendetevi siete circondati” (che di fatto davvero puntava contro tutto un sistema), ma il tragico lancio di monetine dell’Hotel Raphael non possa essere patrimonio storico e politico di chi ancora crede nella forza del cambiamento, nella sintesi tra socialità e nazione. Quel lancio di monetine non può appartenere a chi crede nel popolo e nella libertà e che oggi con orgoglio e consapevolezza rivoluzionaria milita nel PDL.
Quel lancio di monetine contro un grande patriota, contro l’ultimo dei garibaldini del 900, contro il socialista tricolore fu una brutta pagina non solo della destra italiana, ma per tutta la nostra storia nazionale.
Ma la tragedia dell’epilogo, in fondo, è prerogativa dei grandi della storia e non può che rendere Onore a Benedetto.
Quindi mi fa sorridere (e arrabbiare) chi si affida ad una questione morale, ipocrita e pelosa, per offuscare ai postumi immagini e memorie di Craxi.
Sì perché la loro morale (e qui badi bene non mi riferisco alla destra italiana), non una volta sola, l’hanno saputa convertire in dollari, rubli e non di rado in sterline.
Ricordino, costoro, che il leader socialista non abbassò lo sguardo neppure dinnanzi a Gromyko, l’algido ministro sovietico che intimava l’Italia a genuflettersi dinnanzi ai terribili SS20. Non essere mai andato in Crimea per le ferie estive, capiscano una volte per tutte, non è crimine così grave.
Ricordo poi che la stessa sfrontatezza, segno di eresia per un politico che nasce italiano, fu riservata all’onnipotente Reagan e al suo traduttore scaltro ed interessato. “Fedeltà non è sinonimo di sottomissione, a casa mia” disse Craxi.
Non crediamo allora, e per nulla, ed i fatti che stanno emergendo in questi giorni su strane vicende legate al pool di mani pulite, alla favola progressista delle mani pulite.
Ogni partito della prima Repubblica, tranne il MSI, ha badato al proprio finanziamento in modo illecito. L’oro di Mosca, che con un pizzico di retorica potrebbe grondare sangue siberiano (ed anche italiano, vero Togliatti?), non sembra garantire maggiori alibi morali alle eterne verginelle della politica italiana.
Craxi venne costretto all’esilio, in una terra che pure amava, non perché la politica italiana avrebbe dovuto assumere, finalmente, caratteri limpidi e luminosi.
Il leader socialista divenne bersaglio di accanita persecuzione e tenuto lontano dall’Italia, mentre si banchettava sulle macerie del nostro patrimonio pubblico, affinché una classe politica assai più sensibile alle lusinghe di poteri forti ed extra-nazionali fuoriuscisse da una gioiosa macchina da guerra. (Macchina da guerra invero sgangherata e supponente, fatta a pezzi, per volontà puntuale e legittima, proprio da chi a Craxi doveva molto delle sue migliori riuscite. Restano quindi, come al solito, gli esiti beffardi della sorte).
Craxi doveva morire esiliato affinchè il Panfilo Britannia, con a bordo finanzieri, “strozzini internazionali”, banchieri e faccendieri, assieme agli eredi del PCI armati di PM pronti ad esplodere come bombe ad orologeria, potesse approdare ed invadere la nostra nazione, finalmente “liberata” da chi ne difendeva con forza gli interessi e la sovranità.
Oggi, mentre l’Italia si ri-divide sulla figura di Craxi, sul nostro suolo continuano a pascolare, in tutta tranquillità, quei politici che la nazione non hanno smesso di svenderla un solo attimo della propria vita.
Chi invece ebbe l’ardire di non ritenere dispregiativo l’appellativo ottocentesco di patriota, pagando un costo terribile vide i nostri confini severamente sbarrati; sbarrati così come non lo sono mai stati neppure per il peggiore criminale giunto dall’estero per ingrossare le fila della malavita nostrana.
Ecco perché oggi , con tranquillità e serenità, possiamo affermare che Craxi è stato un “grande italiano” e come tale va ricordato e che la sua opera e le sue azioni di modernità e forza riformatrice debbano continuare a vivere nel e con il PDL, oggi libero dalle ideologie, dal bipolarismo Usa-Urss e con un Muro che non esiste più.
E con una destra finalmente protagonista e con un amor Patrio finalmente libero di sprigionarsi senza essere criminalizzati, grazie anche a chi, come Craxi, seppe opporsi al verbo liberal-comunista.

 


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Ci sono 1 commenti
  • 1 OmarKamal 21/01/2010 12.14.51 Caro Giuliano, 'Craxi sì, Craxi no' per dirla in breve, è tema arduo su cui dibattere. Un grande statista? A quanto pare sì. Un grande italiano? Forse, no. Le contraddizione sull'uomo, il politico, il personaggio, ci sono, e sempre ci saranno. Ma beato è colui che possiede le virtù morali per dire con certezza chi ha rappresentato inquivocabilmente e nella propria interezza il bene o il male, il chiaro o lo scuro. Sono certo che Craxi sia stato un politico di spessore, come molti altri però. Di cui curiosamente non si parla. Un uomo dalla grande formazione culturale ed intellettuale. Ma ribadisco la domanda: quanti altri come lui? Per successo -è vero- pochi, per capacità io credo, molti. Rammento perfettamente quali fossero gli anni di tangentopoli. Quale fosse il termometro sociale, o l'indignazione di chi, a destra, concepiva prima la legalità del benessere. Poi le cose sono cambiate. Ma allora c'era una lezione morale che la destra poteva culturalmente trasmettere al Paese. Per questo in quegli anni, scagliarsi contro il sistema corrotto era naturale. Ma oggi possiamo per davvero, con un colpo di spugna, dire 'Craxi un grande italiano'? Mi viene da dire, l'idea è bella sì, ma grazie, no. Il perché? Perché il sistema italiano iniziò a collassare proprio in quegli stessi anni, senza che vi sia mai stata un'onesta presa di coscienza. Oggi diciamo '...e, ma i giudici'. Mi chiamo fuori dal coro. Me ne assumo la responsabilità. Perché vi sono momenti in cui è possibile fare la cosa giusta al momento giusto: come ad esempio, denunciare la corruzione politica ai tempi delle vacche grasse. Quando le vacche grasse c'erano, e la denuncia sarebbe stata ineccepibile, ma forse sconveniente. Perché quell'attimo, non fu un momento cruciale per la vita politica, quanto per l'identità culturale della nazione. E' infatti da allora che veniamo mediaticamente assediati da notizie sempre più becere. E la coscienza popolare d'oggi, neanche più s'indigna dinanzi a una crescente perdita di dignità del costume italiano. Così -nella migliore delle ipotesi- si fa spallucce e ognuno tira avanti il proprio carretto: demoralizzati dal fatto che la coscienza collettiva s'è squagliata tutta d'un tratto. Ma com'è stato possibile? All'epoca esisteva un concetto fondamentalem che era quello della legalità. Oggi, quel concetto chiave è finito nei discorsi populisti di tutto l'arco parlamentare. Ma la legalità, non è mai stato un concetto strapp'applausi. Era il concetto base della società civile, un concetto socialmente accettato e condiviso. Ma in quegli anni, il modus operandi era un altro. E lo sappiamo tutti. Poi Craxi ne divenne il capro espiatorio, più per colpa del suo ruolo che non delle sue colpe effettive. Ma è questo ciò che può pagare un leader: il prezzo della responsabilità, anche quella degli altri. Craxi è stato sì un grande politico e sicuramete un uomo di spessore. E innumerevoli sono le cose che ha fatto. Ma è stato in quegli anni, che si è posto il primo punto di non ritorno nella nostra società. E questo -per come la vede una mente fallibile come la mia- non andrebbe dimenticato. Credo che i giudizi storici debbano esser lasciati alla storia. Ma se davvero cerchiamo un grande italiano dell'epoca da riscoprire, non so perché, a me viene in mente tal Giovanni Spadolini. Ma temo che parlarne bene, non sarebbe -nell'Italia di oggi- questa grande notizia. Sinceramente, omar kamal
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