di Maria Carolina Varchi
Dopo l’annuncio di Marchionne, le sorti dello stabilimento FIAT di Termini Imerese sono state al centro del dibattito nazionale. Dalla Sicilia è partita la reazione solidale di tutto il Paese nei confronti dei lavoratori che rischiano il posto. Per decenni FIAT ha beneficiato di socializzazioni delle perdite; ha percepito dallo Stato una massa di miliardi in termini di contributi a fondo perduto e finanziamenti a tasso agevolato; ha ricevuto commesse pubbliche, incentivi fiscali ed ecoincentivi. Adesso, con una logica che non esito a definire parassitaria, è in corso un processo di delocalizzazione della produzione che comporta la chiusura degli stabilimenti italiani, a fronte degli investimenti all’estero. Ogni stabilimento FIAT, oltre ai posti di lavoro “diretti” degli operai e degli impiegati che vi lavorano, porta con sé altre migliaia di posti di lavoro “indiretti”, quelli dell’indotto: l’annuncio di Marchionne avrà conseguenze drammatiche per migliaia di lavoratori e le loro famiglie. Sono lontani i tempi in cui la FIAT, l’azienda “italiana” per antonomasia, garantiva lo stipendio a numerosissime famiglie italiane. Da queste riflessioni è nata la provocazione della giovane destra palermitana, poi rilanciata in tante città italiane, dell’embargo popolare sui prodotti FIAT. Contro la logica ricattatoria di quest’azienda che decide di chiudere uno stabilimento senza trattative, minaccia il Governo annunciando due settimane di cassa integrazione per tutti i suoi impiegati al fine di ottenere anche per quest’anno gli ecoincentivi, bisogna cambiare i consumi boicottandone i prodotti. La solidarietà espressa dai giovani militanti di tutta Italia agli operai di Termini Imerese è la dimostrazione che non si tratta di un problema locale risolvibile con le contrattazioni sindacali ma che la “questione FIAT” interessa tutto il Paese. Non è concepibile, ai giorni nostri, che un’azienda interloquisca con un Governo nazionale pretendendo un sostegno concreto negli stessi giorni in cui annuncia, in via definitiva e non più negoziabile, la chiusura di uno stabilimento con la conseguente perdita di posti di lavoro per migliaia di persone. La FIAT ha avuto forti aiuti economici dallo Stato e questo comporta una responsabilità nei confronti dello stesso che implica anche la concertazione delle scelte che ricadono su migliaia di famiglie italiane. Le tracotanti dichiarazioni di Marchionne sono un insulto per quanti hanno considerato la FIAT patrimonio nazionale. La progressiva delocalizzazione della produzione con conseguenti perdite di posti di lavoro, merita di essere ripagata con la moneta dell’embargo popolare, provocazione della giovane destra che ha ricevuto plausi e consensi in tutta Italia. A questo punto non ci resta che sperare in uno scatto d’orgoglio del Governo affinché il sostegno da sempre offerto alla FIAT diventi biunivoco e i lavoratori italiani non vivano sull’orlo della cassa integrazione. Ai miopi economisti che hanno bocciato la proposta dell’embargo popolare, rispondiamo che la provocazione ha un chiaro sapore politico senza la pretesa di essere la panacea di tutti i mali. Con l’embargo popolare si lancia una doppia provocazione: un concetto mutuato dalla cultura antagonista viene applicato in maniera speculare, in chiave “nazionalista” contro le politiche dai forti connotati antinazionali della FIAT.