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Partecipare per competere

Autore: Redazione

Lavoro - 01.03.2010

di Salvatore Santangelo

La “grande crisi” che ancora sta “mordendo” l’economia mondiale ha dimostrato come non sia più rinviabile l’affermarsi di una nuova cultura del lavoro e della produzione. Proprio la centralità del ruolo sociale dell’impresa diviene il punto di svolta per imporre questo paradigma, che appare il solo in grado di vincere le sfide della globalizzazione: l’impresa non più come spazio di conflitti meccanici e di interessi irrimediabilmente contrapposti, ma come luogo in cui le diverse istanze, quella imprenditoriale e quella del lavoro, si incontrano nella forma di una vera e propria “comunità di destino”, di una “avventura creativa”.
Il punto di partenza e l’approdo di questo modello sono rappresentati dalla sostanziale coincidenza, nel lungo periodo, degli interessi dell’impresa e del lavoro.
Su questa visione “comunitaria” si potrebbero fondare le premesse per costruire un modello vincente nel postfordismo e, allo stesso tempo, per difendere i diritti dei lavoratori senza necessariamente seguire il vecchio schema puramente rivendicazionista, destinato, nonostante qualche successo tattico, a essere spazzato via dalla competizione globale.
Lo snodo di questi percorsi rivoluzionari, sia culturali che di relazioni industriali, è certamente la “svolta partecipativa”, che sola permette di conciliare impresa, lavoro, comunità e gestione del conflitto. Infatti la “partecipazione” dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa è in grado di coniugare sia il valore della coesione sociale, sia le esigenze di modernizzazione.
Non dimentichiamo che il lavoro, aggredito da questa drammatica recessione (che insidia il futuro di intere generazioni), attende dallo Stato nuove tutele e una rinnovata protezione, e chiede che welfare e sicurezza sociale siano rimessi al centro dell’agenda politica.
Proprio l’approccio partecipativo può fattivamente contribuire al mantenimento dell’occupazione, alimentare la solidarietà generazionale tra giovani (precari) e anziani, dar voce alla richiesta di rappresentanza sociale e interpretare le nuove esigenze dei lavoratori.
Solo questo può dare reale fondamento a un’impostazione culturale di tipo comunitario, e consentire di concepire fattivamente la società nella sua complessità come “società di comunità”, aprendo una strada alla reale creazione della welfare community, possibile soluzione all’attuale crisi (definitiva) del vecchio modello di Stato sociale.
Questa svolta oggi si deve unire con una rinnovata capacità di integrare nel mondo dell’impresa i valori del paesaggio, dell’ambiente, della tradizione agricola e alimentare.
In questo modo sarebbe possibile “spostare” una parte importante del nostro modello di sviluppo verso la valorizzazione del territorio: il turismo, l’agroalimentare di qualità, la produzione di bio-energie, l’industria culturale e il wellness. Allontanando così il rischio di ulteriori delocalizzazioni.
In questo nuovo scenario il sindacato - investito di responsabilità sempre crescenti - può assumere una centralità strategica, a patto che riesca a essere all’altezza del nuovo ruolo che si sta configurando. La crisi ha infatti imposto al sindacato uno sforzo di rinnovamento e di analisi alla ricerca di possibili vie d’uscita dal superato ritualismo e dal rigido schematismo di relazioni industriali impostate sull’antagonismo tout court e sempre meno in sintonia con i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro.
Le attuali rappresentanze sindacali appaiono spesso distanti ed estranee a larghe fasce di lavoratori; ma - sbiadite o scomparse le ideologie - possono riaffermarsi con maggior vigore le idee e i principi alti e forti che animano una visione della dignità del lavoro, della sua partecipazione alla vita dell’azienda, di una condivisione della sua crescita e del suo radicamento sul territorio.

*pubblicato su il Tempo - 01.03.2010
 


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Ci sono 1 commenti
  • 1 Fabrizio 25/03/2010 7.31.16 La via indicata nell’articolo è talmente ovvia che soltanto nei periodi più bui della Storia è necessario che sorga un Menenio Agrippa per aprire gli occhi ai concittadini. Vorrei riassumere, in maniera surreale, con uno slogan da scandire non nelle piazze ma nelle fabbriche e negli uffici: <<Lavoratori e padroni uniti nella lotta!>> Ovviamente la lotta per la sopravvivenza di tutti.
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