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Un nuovo modo per declinare il concetto di partecipazione: “La rete d’impresa”

Autore: Redazione

Politica - 14.06.2010

di Francesco Scarongella

Che i tempi nostri siano tempi di cambiamento è cosa evidente agli occhi di tutti. Il modello capitalista mostra le sue inefficienze e la sua crisi impone l’esigenza di superare l’individualismo imprenditoriale a fronte di forme di esercizio dell’attività d’impresa declinate secondo il concetto di “partecipazione”.
Nell’era del “turbocapitalismo” (come la chiamerebbe Edward Luttwack) le sfide imposte dalla globalizzazione dei mercati e dai crescenti processi di internazionalizzazione hanno determinato l’insorgere di criticità sempre più incalzanti.
Ciò ha determinato conseguenze rilevanti sui profili strutturali, organizzativi e contrattuali delle Pmi italiane ed è compito degli studiosi dei fenomeni giuridici ed economici interpretare il dettato legislativo e la realtà che li circonda al fine di creare efficienti strumenti di governo dell’impresa ovvero delle “Reti di impresa”.
In tale prospettiva credo sia importante per la nostra riflessione fare una premessa, distinguendo le “reti di impresa” dalle “imprese a rete”. Entrambe le forme trovano nel modello reticolare un punto di congiunzione tuttavia mentre nel primo caso la rete si caratterizza per l’incremento e la stabilizzazione di processi collaborativi tra piccole e medie imprese, nel secondo si allude a fenomeni di decentramento produttivo, outsourcing ed altre forme di esternalizzazione.
Importante in codesta ottica è la definizione data da autorevole dottrina giuridica, secondo cui la rete d’ impresa è «quell’insieme di relazioni di tipo cooperativo e tendenzialmente stabili tra due o più imprese formalmente e giuridicamente distinte, anche se concorrenti, tra le cui attività esista o si generi una qualche interdipendenza ed emerga un’esigenza di coordinamento, alla quale la rete risponda ricorrendo a strumenti di governo diversi, formali ed informali, contrattuali e non».
La formula appena citata veniva coniata in un contesto normativo privo di dati positivi, ma già dall’analisi della letteratura anche precedente, emerge come il fulcro centrale delle “reti d’impresa” fosse il concetto di collaborazione, cooperazione e coordinamento.
Il legislatore italiano nel 2009 sembra aver percepito l’importanza di questa nuova forma di esercizio comunitario dell’attività d’impresa tanto che ha introdotto la figura del “contratto di rete”.
Non mi soffermerò sui profili giuridici del modello anche se ciò sarebbe importante per capire come la normativa necessiti di aspetti ulteriori, quali a titolo esemplificativo la disciplina delle situazioni patologiche o degli aspetti concernenti il recesso.
Ritengo invece più opportuno soffermarmi sui profili concernenti il fenomeno sociale rete e soprattutto cercherò di porre in evidenza come l’introduzione di questo modello rappresenti (ad avviso di chi scrive) un sintomo preciso di una trasformazione economico-sociale che talvolta anche in maniera impercettibile plasma la coscienza sociale e normativa della nostra comunità.
La necessità di difendere l’italianità dell’impresa e allo stesso tempo l’esigenza di far apparire i piccoli (piccole e medie imprese) grandi, non può prescindere dalla consapevolezza che oggi più che mai l’ impresa debba legare il suo agere al concetto di equità.
La rete coinvolge per natura i plurimi interessi individuali dei partecipanti e instaura un interesse collettivo.
L’interesse collettivo diventa il fulcro del fenomeno atteso che i partecipanti generano tra loro rapporti orizzontali e/o verticali al fine di perseguire obiettivi strategici, di distribuzione e produzione.
In tale prospettiva diventa centrale anche la partecipazione di enti pubblici locali (esp. comuni, provincie).
Immaginiamo per esempio i vantaggi derivanti dall’instaurazione di una rete per la promozione di prodotti caratterizzanti una determinata zona geografica. L’ente pubblico potrebbe promuovere il prodotto e tale attività riverberebbe la sua utilità non solo sui soggetti privati, partecipanti all’organizzazione, ma permetterebbe all’ente di perseguire l’interesse pubblico alla valorizzazione del proprio territorio.
Ciò consentirebbe di dare maggiore responsabilità agli enti locali e allo stesso tempo di superare quelle antiche forme di governance che oggi mostrano la loro inefficacia e le loro rigidità.
La rete infatti è uno strumento snello nel quale scompaiono le rigidità burocratiche delle altre forme di esercizio integrato dell’attività d’impresa.
Inoltre consente una facile gestione del “rischio di relazione” tra i vari soggetti partecipanti, divenendo quindi uno strumento appetibile per coloro che hanno percepito le chance derivanti da un esercizio integrato dell’attività d’impresa ma mostrano diffidenze verso i rischi derivanti dalle relazioni con altri partner.
Credo a tal punto di fermare la mia riflessione convinto più che mai di ritornare sul tema, soffermandomi su aspetti specifici del fenomeno.
Intanto credo che un intervento italiano di riforma civilistica più incisivo, appare utile nel contesto nazionale, ma anche come stimolo all’Unione Europea perché integri il piano sulla competitività 2007-2013, considerando più adeguatamente i profili di governance e quelli istituzionali, nel quadro beninteso, della competenza di cui dispone.
Sul piano della policy occorre un mutamento di prospettiva, che restituisca alle politiche industriali capacità di promuovere l’innovazione senza sostituirsi al mercato.
In tale prospettiva si può leggere l’annuncio dell’attuale governo e del ministro Tremonti di attribuire nella manovra economica grande centralità al fenomeno reticolare, che viene visto come strumento per abbattere la crisi e il localismo al quale talvolta le imprese italiane sono relegate.
La manovra per questo aspetto, rappresenterebbe la logica prosecuzione della recente introduzione nel nostro ordinamento del “contratto di rete”, uno strumento di cooperazione che tende a favorire “la capacità innovativa e la competitività delle imprese sul mercato”.
L’aspetto più interessante sarebbe quello di ricollegare interventi fiscali di vantaggio al perseguimento di obiettivi di competitività e di innovatività attraverso la possibilità di “contrattare” con l’amministrazione finanziaria forme di distribuzione del carico fiscale nei primi anni di costituzione della rete.
La complessità contemporanea pone dunque, al giurista e alla classe politica la necessità di rivedere i modi di comprensione della realtà, la quale pertanto non può più essere osservata aneddoticamente ma richiede un’indagine che si avvalga delle metodologie mutuate dalla ricerca sociale ed empirica.
In questa prospettiva i “Circoli della Nuova Italia” devono diventare un laboratorio per la riflessione sul tema, ponendosi in tal modo sul crinale della declinazione concreta del concetto di “Partecipazione”.


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