di Luca Piersanti
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Il 6 luglio 2010, presso la sede della Fondazione Nuova Italia, si è tenuto il primo di una serie di workshop dedicati all’approfondimento degli argomenti più importanti dell’attuale agenda politico-culturale del Paese. Il primo incontro, in vista del prossimo approdo in Parlamento della “riforma Gelmini”, non poteva non essere focalizzato sullo scottante tema dell’università.
Alla conferenza hanno partecipato personaggi del mondo della cultura, della politica e delle istituzioni.
Ha aperto i lavori il direttore del Centro studi della Fondazione Salvatore Santangelo, citando un interessante articolo della rivista americana Foreign Affairs, focalizzato sulla crescita delle università asiatiche e su come questi centri di eccellenza (saldamente in testa nelle classiche mondiali di qualità) stiano sostenendo lo sviluppo economico e politico dei Paesi emergenti.
Questo mentre purtroppo le università italiane, salvo rare eccezioni, arrancano.
Santangelo, partendo proprio da questi dati ha voluto ribadire che: «l’università e la ricerca sono temi fondamentali che dobbiamo affrontare per poter invertire il declino che incombe sul nostro Paese».
Il moderatore Gabriele Natalizia ha introdotto come filo conduttore della riflessione il concetto di identità unito alla necessità di lavorare per la nascita di una classe dirigente veramente responsabile e pienamente legittimata dai cittadini.
Il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi ha preso la parola sottolineando l’importanza di riformare l’università in tempi brevi: «dobbiamo mantenere tutto ciò che attualmente c’è di positivo, ma allo stesso tempo capire difetti e limiti del mondo universitario. Allo stesso tempo l’attuale maggioranza di governo deve essere pronta a giocare la scommessa del cambiamento. Questo perché l’università è la prima risorsa di un Paese».
Bartolomeo Azzaro, prorettore della Sapienza, ha affermato che l’università non è una spesa sociale, ma un investimento produttivo: «dal dopoguerra in poi l’università ha accompagnato in maniera costante il progresso sociale, anzi si è fatta strumento di ascensione sociale e culturale».
Punto fondamentale della questione è la responsabilità personale. Questa deve diventare l’habitus mentale di chi lavora nell’università: la responsabilità della formazione della classe del domani.
Lorenzo Leuzzi, responsabile della Pastorale universitaria della diocesi di Roma, ha voluto porre al centro del dibattito il problema della crisi della cultura, sia nazionale, sia internazionale, che rende incapaci di individuare una nuova idea di università:
«abbiamo bisogno di un nuovo paradigma culturale che sappia rispondere alle nuove attese della società contemporanea, che ha bisogno di persone sempre più preparate. L’università va intesa come il luogo dove si formano i futuri “costruttori” della società».
Nel suo intervento il Monsignore ha voluto inoltre ribadire l’impegno della Chiesa nel rinnovamento delle forze giovanili nel senso di un loro coinvolgimento intorno a una nuova progettualità, quella della “Carità Intellettuale”.
Claudio Borgia, consigliere del Cnsu, ha chiesto che la riforma universitaria sia imperniata su merito, eccellenza e socialità.
Carolina Varchi, componente dell’esecutivo nazionale di Azione universitaria, ha spiegato come una Nazione che non investe sull’università non investe sul proprio futuro: «la sintesi che va trovata tra la classe politica e gli utenti dell’università, da una parte i docenti e dall’altra gli studenti, è appunto nella riappropriazione dell’identità».
Ha concluso il dibattito Paola Frassinetti, vicepresidente della commissione cultura della camera dei Deputati, che ha affermato che soltanto un’università migliore, integrata nel territorio, potrà farci vincere la sfida del futuro. Il suo auspicio è che il Paese riesca a «capire qual è la strada migliore per portare avanti le riforme, anche se dolorose, ma di cui tutti dobbiamo farci carico se vogliamo veramente una università migliore e all’altezza dei tempi».