Sei in: Home
Notizie in primo piano
  • 30.08.2010
    Autore: Redazione

    Roma, 30 ago – “Aderisco con convinzione all’appello lanciato dalla presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, per salvare Sakineh, la donna iraniana che rischia la lapidazione”. Lo afferma la deputata Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità del PdL.
    “La lapidazione è una barbarie indicibile e inaccettabile – prosegue la parlamentare - Non possiamo tollerare che in Iran, così come in altri luoghi del mondo, una violenza arcaica privi le donne dei più fondamentali diritti e le costringa ad una morte atroce. Per questo è necessario mantenere viva la pressione internazionale, favorendo la più vasta mobilitazione dell’opinione pubblica. A questo riguardo, chiederò a tutte le deputate, sia nazionali che europee, di aderire all’appello in favore di Sakineh e di farsi promotrici, a loro volta, di iniziative di sensibilizzazione. Purtroppo questo caso non è isolato ma rappresenta il tragico paradigma della condizione di inferiorità e soggezione in cui versano le donne iraniane. Contro questa situazione – conclude Saltamartini - è giunto il momento di far sentire con forza la nostra voce”.

  • 16.08.2010
    Autore: Redazione

    Due anni di crescenti contrapposizioni all’interno del Pdl sono culminati con la riunione dell’Ufficio di Presidenza che ha approvato il documento di censura nei confronti di Gianfranco Fini e deferito ai probiviri tre parlamentari aderenti al PdL.
    Questo episodio, com’era prevedibile, ha scatenato l’accelerazione politica che ha portato alla nascita del gruppo Parlamentare “Futuro e Libertà” e alla violenta campagna politica contro il Presidente della Camera lanciata dai giornali più vicini al centrodestra.
    Per chi, come noi, è entrato nel PdL insieme a Gianfranco Fini - condividendo una decisione da lui assunta in prima persona - dopo decine di anni di battaglie comuni all’interno della destra politica, non si tratta di una vicenda entusiasmante né di un passaggio politico da sottovalutare sul piano umano come su quello politico.
    Non ci interessa in questa sede entrare negli innumerevoli scontri polemici che stanno contrassegnando quest’estate, ma compiere un’analisi politica ed ideologica che dia fondamento alla nostra scelta di rimanere all’interno del Popolo della Libertà e a fianco di Silvio Berlusconi, a prescindere da qualunque comprensibile reazione emotiva e da ogni forma di semplice opportunismo politico.
    Noi nel Popolo della Libertà ci crediamo realmente. Questo partito politico nasce da una necessità storica e si fonda su una sintesi politico-culturale la cui importanza diventa sempre più evidente nel corso del tempo.
    Dopo decenni di emarginazione e di auto-ghettizzazione nella prima Repubblica, la destra doveva uscire dall’isolamento, liberandosi da ogni scoria nostalgica e autoritaria, per diventare determinante nella vita politica e nel governo dell’Italia.
    Questa necessità si è risolta nell’incontro fra Alleanza Nazionale e Forza Italia e nella nascita dei governi di coalizione della Casa della Libertà. Ma, segnatamente in quel periodo, è emersa con chiarezza la progressiva sovrapposizione dei ruoli e dei contenuti politici di questi due Partiti: Alleanza Nazionale, proprio sotto la spinta dei numerosi “strappi” di Fini, veniva percepito come un partito sempre meno di destra e sempre più proteso – spesso in modo confuso - verso istanze di tipo liberale, mentre Forza Italia ha cessato quasi subito di essere un “partito liberale di massa” facendo propri contenuti di tipo identitario, tradizionalista e popolare.
    La sovrapposizione tra An e Fi era giunta a dei livelli così paradossali da registrare vicinanze e lontananze tra i diversi esponenti politici, alleanze e conflitti, totalmente indipendenti dall’appartenenza a uno di questi due Partiti. Queste trasversalità erano evidenti soprattutto in Alleanza Nazionale dove il maggior tasso di elaborazione ideologica e il minor grado di adesione fideistica alla leadership, facevano emergere crescenti contraddizioni e difficoltà nell’elaborare una specifica linea politico-programmatica. Se vogliamo, queste contraddizioni erano figlie lontane delle antiche correnti ideologiche del Msi, dove tendenze sociali ed estremismi liberisti, spinte stataliste e cultura comunitaria, sono spesso entrati in conflitto pur nell’ambito ristretto di un partito piccolo ed isolato.
    Era quindi necessario e indifferibile abbattere la barriera divisoria tra due partiti “contenitore” quali erano diventati An e Fi. D’altra parte è molto preferibile costruire la sintesi politico-programmatica del centro-destra all’interno di un unico partito, dove non si possono produrre quelle contrapposizioni strumentali che nascono dalla concorrenza elettorale di più formazioni all’interno dello stesso schieramento politico.
    Le prospettive che si aprono all’interno del Popolo della Libertà sono realmente entusiasmanti. Dalla reciproca contaminazione di ciò che stanno via via elaborando le diverse personalità che oggi siedono nel Governo o che dirigono le tante fondazioni fiorite in questi anni, emerge l’unica autentica sintesi di valori, di idee e di riforme in grado di costruire un progetto-paese all’altezza delle sfide della Globalizzazione.
    Usando vecchie categorie politiche, potremo perfino dire che il Popolo della Libertà oggi si colloca più “a destra” dell’ultima fase di Alleanza Nazionale, dove già emergevano le contraddittorie istanze radical-libertarie che hanno sempre più caratterizzato il percorso politico di Gianfranco Fini.
    E qui veniamo all’esito della scissione che di fatto si è prodotta dopo l’ultima riunione dell’Ufficio di Presidenza. Attorno al Presidente della Camera si è riunito un gruppo di parlamentari in larga parte già raccolto nelle associazioni e fondazioni della cosiddetta “area finiana”. Sottolineiamo questo aspetto per evitare di ridurre il significato di questa aggregazione ad una semplice reazione contro la pesante censura che l’Ufficio di Presidenza ha voluto infliggere a Gianfranco Fini.
    “Futuro e Libertà” riproduce in buona parte le contraddizioni presenti nel contesto di Alleanza Nazionale, e quindi appare in bilico tra un percorso politico di posizionamento all’interno del centro-destra e una convergenza con altre aree centriste che da tempo si sono messe in contrapposizione con Silvio Berlusconi. Sembrerebbe più probabile la seconda ipotesi, come risulta dalla scelta di espungere dal nome del nuovo gruppo tutti i concetti caratterizzanti “a destra” (il richiamo alla sigla di An, la parola “nazione”, il valore del popolarismo, per non parlare della parola “destra”) per affidarsi a termini generici come “futuro” e “libertà”. Più ancora, l’elemento che sembra caratterizzare molti degli appartenenti al gruppo (con le solite debite eccezioni) è una crescente diffidenza verso i valori fondanti dell’identità e della tradizione, che invece assumono sempre più peso all’interno delle elaborazioni e delle proposte del Pdl.
    In ogni caso, come ai tempi di Alleanza Nazionale e Forza Italia, il principale riferimento che porta a dividersi non è politico ma personale: la contrapposizione tra la leadership di Gianfranco Fini e quella di Silvio Berlusconi. Chi proviene da Alleanza Nazionale ha molti motivi storici e personali per essere legato al Presidente della Camera e tanti tra noi speravano che si creasse una naturale successione tra Berlusconi e Fini. Ma dal punto di vista politico nessuno può dimenticarsi che il principale protagonista della storia recente del centro-destra è stato ed è Silvio Berlusconi, senza il quale sarebbe obiettivamente difficile immaginare la nascita dello schieramento in cui stiamo operando ormai da sedici anni. L’investitura popolare si è sempre raccolta attorno al Presidente del Consiglio che, nonostante difficoltà e ostacoli di ogni tipo, ha guidato fin dall’inizio il principale partito del centro-destra. Da tutto questo non si può prescindere se si crede nella storia stessa del centro-destra italiano e se si misurano i catastrofici risultati di tutti i tentativi (compreso “l’Elefantino” dell’alleanza tra An e Segni) di creare alternative alla leadership di Silvio Berlusconi.
    Peraltro, accorgersi solo ora, dopo sedici anni, che il Presidente del Consiglio avrebbe un concetto della politica “aziendalista” e “personalistico” suona francamente tardivo e pretestuoso.
    Oggi non siamo in grado di dire dove andrà a parare “Futuro e Libertà”, ma se esaminiamo le linee di tendenza che caratterizzano da tempo l’azione politica di Gianfranco Fini, dobbiamo temere l’accentuazione di quei caratteri di cosiddetto “patriottismo costituzionale”, che portano al superamento dei valori di identità e di tradizione, a scegliere il politically correct in materie delicatissime come l’immigrazione e il rapporto con l’Islam presente in Europa, fino ad accostarsi alle forme di un radicalismo liberal e di un giacobinismo giustizialista ed anticattolico. Ne costituiscono conferma non solo le ricorrenti prese di posizione dei parlamentari e degli intellettuali “finiani” a favore di leggi ostili alla vita e alla famiglia naturale, ma anche l’aver proposto una riedizione del “professionismo dell’antimafia” e del giustizialismo come strumenti di lotta interna al centro-destra.

    Tutto ciò rischia di allontanare la nuova aggregazione dalle ragioni politiche del centro-destra per avvicinarla pericolosamente ad una area indistinta che va dalla sinistra al centro moderato.
    Ci auguriamo che non sia così e che Gianfranco Fini e “Futuro e Libertà”, nonostante tutto, trovino modo di rimanere all’interno del nostro schieramento per esercitarvi una funzione positiva e creativa, riportando la loro ansia di “rinnovamento” nell’alveo dei valori e dei progetti del centro-destra italiano.
    In ogni caso il nostro compito è profondamente diverso. Noi dobbiamo lavorare all’interno del Popolo della Libertà per farlo crescere politicamente, culturalmente e sul piano organizzativo, per non sciupare un’occasione storica di superamento definitivo della contrapposizione fra il centro e la destra.
    La difficile situazione in cui vive il nostro Paese, la crisi globale che sta mettendo in discussione i fondamenti stessi del “ Pensiero unico mercatista”, ci obbliga a lavorare per fare emergere una agenda di riforme chiare e profonde, di segno completamente opposto alla cultura radical-progressista che domina il nostro Paese dalla fine degli anni sessanta.
    Noi giudichiamo le difficoltà che sta vivendo il Popolo della Libertà come la naturale crisi di crescita di un soggetto politico appena costituito, che deve organizzarsi in modo partecipativo e democratico per non dipendere unicamente dal proprio fondatore e per proiettarsi verso il futuro.
    E’ necessario convocare i congressi comunali e provinciali del Pdl per superare definitivamente, partendo dalla base del partito, la logica delle “quote” di provenienza e per far emergere nei ruoli dirigenziali il personale politico più meritevole e rappresentativo. Al rinnovamento della classe dirigente locale deve corrispondere un rafforzamento della struttura centrale, per arrivare rapidamente al pieno funzionamento dei Dipartimenti e delle Consulte e alla convocazione sistematica e puntuale di tutti gli organi politici decisionali.
    Il rilancio politico ed organizzativo del Pdl deve anche permettere al nostro Partito di dare risposte credibili alla “questione morale”, senza cedere ai processi mediatici e al giustizialismo dell’antipolitica. Sono gli organi di Partito che devono decidere, prima di arrivare alle sentenze definitive della magistratura, quali provvedimenti assumere di fronte alle accuse che, soprattutto dalle pagine dei giornali, vengono lanciate contro nostri autorevoli esponenti. Attorno a queste scelte si deve compattare tutto il Popolo della Libertà proprio per evitare che siano talune Procure e taluni organi di informazione a dettare la nostra agenda politica e le nostre priorità morali.
    D’altra parte, la debolezza della politica di fronte al potere giudiziario, che siamo impegnati a combattere, non deve essere un alibi per negare la necessità e l’urgenza di quella articolata riforma della macchina della Giustizia che tutti gli italiani si attendono da tempo.
    Dopo l’approvazione della più difficile manovra economica degli ultimi anni, l’azione del Governo e del Parlamento deve concentrarsi su un nuovo patto economico e sociale - di cui, anche grazie all’auto-isolamento della Cgil, ci sono tutte le premesse nelle rappresentanze sindacali ed imprenditoriali - per rilanciare lo sviluppo, superare la crisi e fondare una nuova giustizia sociale libera da ogni forma di assistenzialismo.
    L’anniversario dei 150 anni di Unità nazionale può essere l’occasione culturale per porre fine ad ogni contrapposizione tra autonomie locali ed identità nazionale, mentre l’attuazione della riforma del federalismo fiscale deve portare a responsabilizzare tutti i diversi livelli istituzionali, combattendo gli sprechi ed eliminando qualsiasi alibi per tentazioni secessioniste e conflitti tra il Nord e il Sud dell’Italia. Il Popolo della Libertà proprio per non lasciare troppo spazio alla Lega Nord, deve prendere in mano la bandiera di un federalismo solidale, profondamente radicato nella nostra identità ed unità nazionale, realmente ispirato dal principio della sussidiarietà.
    Ma, soprattutto, non possiamo mettere in secondo piano gli insegnamenti vitali e terribilmente attuali che ci vengono dalla nostra identità e dalla nostra tradizione, come la necessità di radicare il principio della cittadinanza nell’identità nazionale contro ogni infatuazione immigrazionista, di difendere in modo intransigente i valori della vita e della famiglia, di promuovere tutte le appartenenze comunitarie, il merito e la dignità della persona umana. Proprio in questi giorni il Presidente Sarkozy, dopo aver visto il proprio consenso precipitare verso il basso con il rischio di una rinascita del Front Nazional, ha pensato bene di tornare alle origini del proprio successo, rilanciando politiche di difesa della legalità e di contrasto dell’immigrazione e del nomadismo clandestini.
    Per realizzare questi obbiettivi nulla è più negativo che collocarsi ai margini dell’azione politica del centro-destra, assumendo un atteggiamento ipercritico e pessimista, offrendo oggettivamente sponde politiche agli attacchi distruttivi di un centro-sinistra che si è ridotto a vivere solo in funzione anti-berlusconiana.
    Il Popolo della Libertà può e deve crescere, se è necessario deve essere corretto e migliorato, nella piena consapevolezza che la costruzione del più grande partito della storia repubblicana italiana è un compito difficile e complesso.
    Parallelamente il governo Berlusconi deve continuare nella sua azione, senza essere sottoposto a ricatti e condizionamenti strumentali. Questa necessità e non altro, è la pietra di paragone per decidere – fatte tutte le più opportune ed approfondite verifiche politiche e parlamentari – se completare o meno questa legislatura. O si continua a governare secondo il mandato degli elettori, con una capacità decisionale adeguata al difficile periodo che stiamo vivendo, oppure è meglio andare subito a votare.
    In ogni caso, nessuno di noi può permettersi di rimettere in discussione un percorso politico che ormai attraversa più di sedici anni della nostra storia, per dare ragione ai teoremi ideologici e alle spinte dissolutrici di una sinistra che, ancora oggi, sogna una destra nel ghetto e un centro privo di identità e di valori.

    CIRCOLI DELLA NUOVA ITALIA

    Roma, 10 agosto 2010

  • 07.07.2010
    Autore: Redazione
Articoli in primo piano
  • 19.07.2010
    Autore: Redazione

    di Omar Kamal

    L’Italia è il principale Paese – tra quelli membri dell’Unione Europea – ad aver registrato un cospicuo numero di prodotti Dop, Igp e Stg. Un vanto per il Belpaese. Vanto di cui poco si parla. Eppure siamo di fronte a un primato internazionale, perché l’Italia gode di ben 204 prodotti certificati. Prodotti simbolo di qualità, efficienza, cultura e – aggiungo – amore.
    Tuttavia l’Italia (ma questa non è una novità) è un paese dalla scarsa vocazione per quel che concerne la promozione della propria immagine. Soprattutto all’estero. Al contrario, siamo veri e propri maestri quando si tratta di parlarci dietro. Il vecchio detto “fa più rumore un albero che cade, che non una foresta che cresce” si sposa perfettamente con l’informazione che circola lungo tutto lo “Stivale”. Soltanto che 204 prodotti d’eccellenza, sono la “foresta che cresce”. Per questo la Fondazione Nuova Italia, ha dedicato un appuntamento alla QUALITA’ e alla presentazione dell’Atlante Qualivita, volume edito dalla Fondazione Qualivita che si occupa di divulgare quante più informazioni possibili circa i prodotti d’eccellenza del mercato agroalimentare italiano. Con il dovuto orgoglio. All’incontro erano presenti esponenti del settore, ma anche semplici curiosi. Perché il tema piace. E pure molto.
    La tavola, i suoi prodotti, sono a tutti gli effetti parte dell’orgoglio nazionale. “Non è una novità” direte voi. “Meglio non dar nulla per scontato” vi rispondo io. Da poco meno di una decina d’anni, c’è stata la svolta. Una decina d’anni fa Gianni Alemanno (oggi sindaco di Roma) era ministro per le Politiche Agricole e Forestali, e per la prima volta – in ambito istituzionale – s’è parlato d’identità, cultura e valore in relazione ai prodotti della tavola. Sono stati affrontati gli Ogm e ci si è impuntati (in sede europea) sul ruolo dell’Italia nel mercato agroalimentare europeo. Una piccola rivoluzione, tenendo conto che in quegli anni nasceva la consapevolezza dell’esistenza di uno spauracchio, che prendeva il nome di globalizzazione. Un fenomeno che non si poteva fermare, ma che si poteva gestire. Ciò che ereditiamo oggi, è la debita risposta alla globalizzazione. Una risposta attiva, composta da fatti, lavoro e numeri in favore dell’Italia.
    Nel mercato globale, i prodotti della tavola sono vittima dell’agropirateria. Perché dietro a quei prodotti si nasconde anche un indotto economico rilevante. L’hanno capito all’estero, dove hanno iniziato a copiare tutto ciò che è “made in Italy”. Formaggi, insaccati e tanti altri prodotti.
    L’Italia è ancora oggi un paese fortemente rurale: un Paese ricco di tradizioni, oltre che di una cultura contadina che ha portato avanti la “carretta” nel momento del bisogno. E lo sta facendo anche oggi. Il settore agroalimentare ha dimostrato che esiste una risposta alla globalizzazione. Una risposta tangibile, fatta d’impegno, orgoglio e dedizione. La QUALITA’ (e non la quantità) oggi è la vera risposta alla globalizzazione. Il guanto di sfida della globalizzazione è stato lanciato una decina d’anni fa. Il settore agroalimentare italiano ha raccolto quel guanto di sfida e ha risposto con vigore. Ora non resta che aspettare che anche altri comparti della produzione italiana prendano esempio.

"Ospite dei circoli" in primo piano
  • 03.06.2010
    Autore: Redazione

    di Alessandro Ricci

    Abbiamo contattato Agostino Da Polenza, alpinista italiano di fama internazionale, per parlare della montagna, del ruolo sociale e politico che essa può svolgere nelle relazioni internazionali e delle possibilità che offre a chi vi si approssima in modo cosciente e responsabile.
    La “geopolitica della montagna”, vista dunque da chi l’ha vissuta in primo piano. Agostino Da Polenza ha infatti cominciato a scalare fin da giovanissimo le montagne nei dintorni del bergamasco, dove è nato e cresciuto, e dalla metà degli anni Settanta ha intrapreso, dopo il Monte Bianco, le scalate delle più alte e difficili vette del mondo. Ha prima “conquistato” le cime andine del Puscanturpa Nord e la parete Sud dell’Huandoy, poi gli ottomila del Lhotse, nell’83 il primo K2 e successivamente i Gasherbrum 1 e 2 e il Nanga Parbat, e ancora, più tardi, l’Annapurna, il Manaslu, il Cho Oyu e lo Shisha Pagma. Alle imprese alpinistiche Da Polenza, grazie all’esperienza e alle capacità organizzative maturate in questi decenni di fervente attività alpinistica, ha sempre accostato un’intensa opera di promozione e organizzazione di progetti scientifici (su tutti il Ev-K2-CNR per la misurazione di K2 ed Everest e Share Everest 2008) e di cooperazione internazionale.

    Agostino Da Polenza, lei che ben conosce la montagna e le possibilità che essa offre all’uomo – non solo in termini personali e di superamento dei propri limiti “umani” – pensa che essa possa inserirsi nei progetti di cooperazione tra paesi, e in che modo?
    La montagna è di certo una barriera formidabile. Lo sono state le Alpi per secoli e lo è tuttora l’Himalaya. Se si pensa in termini di “difesa” a questa catena montuosa, che dall’Hindu-Kush si estende attraverso il Karakorum e l’Himalya fino a lambire il Golfo del Bengala, ci si rende conto quanti pochi siano ancora, in quasi 4000 chilometri, i valichi accessibili tra nord cinese e il sud pakistano, indiano e nepalese.
    Ma i valichi, le valli e le regioni a ridosso delle montagne sono anche territori di transito, di scambio tra culture diverse e quindi luoghi di contaminazione e accrescimento culturale, e contemporaneamente anche di preservazione di identità culturali forti, protette nelle enclave montane chiuse.
    Che i montanari di tutto il mondo abbiano nel loro “dna” i segni comuni delle loro terre e tradizioni non c’è proprio dubbio. Basta guardare i denominatori comuni dei manufatti d’uso domestico, abitativo, lavorativo o festaiolo che sia. Quante volte ho trovato in Karakorum oggetti e modi di fare simili a quelli della gente delle mie valli dell’alta bergamasca. Il piccolo museo etnografico che abbiamo creato come Ev-K2-CNR ad Askole, l’ultimo villaggio sulla via del K2, contiene decine di oggetti esempio di questa similitudine culturale e artigianale, e certamente un contadino di Schilpario riconoscerebbe come “propri” molti di quegli oggetti.
    Nel 2004, insieme a un bel gruppo di alpinisti italiani, abbiamo celebrato il 50° della prima salita del K4 avvenuta per il coraggio di Compagnoni, Lacedelli e compagni sotto la guida di Desio. È stata una bella festa alpinistica ma anche l’occasione per dare finalmente forma a una collaborazione con le popolazioni locali che non aveva mai trovato un modo organico di esprimersi. Certo la nostra, italiana, è stata probabilmente dalla fine dell’Ottocento, tra le più solide esperienze esplorative in quelle regioni da sempre appannaggio di viaggi e infiltrazioni inglesi, russe e francesi.
    Così, anche approfittando della nostra presenza e avendo con noi un alpinista-politico di genuina passione montanara come Gianni Alemanno e un gruppo qualificato di “scientifici” di Ev-K2-CNR, abbiamo colto al volo l’occasione per promuovere un progetto che contribuisse a dare una mano ai pakistani a costituire il “Central Karakorum National Park”. Un’area di 10.000 km quadrati di parco naturalistico a protezione integrale contornata da un’altrettanta vasta area adiacente dove vivono quasi un milione di abitanti. Una dimensione paragonabile a poco meno della regione Lazio, per intenderci. Un progetto di grande respiro internazionale che, con l’aiuto del nostro Ministero degli Esteri, ha avuto la fortuna di intercettare le risorse derivanti dalla cancellazione del vecchio debito che il Pakistan aveva con l’Italia. E una volta tanto si è riusciti a convertire il debito in progetti “veri” di sviluppo e contrasto alla povertà.
    Con la Karakorum International University, il Ministero dell’Ambiente del Pakistan, il WWF, l’Aga Khan Foundation e con altre istituzioni pubbliche e private pakistane, sotto il cappello dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente UNEP abbiamo avviato un’azione concreta di supporto alla formazione della classe dirigente della regione attraverso la cooperazione a livello di scuole e università. Formando i futuri esperti e dirigenti del Parco, cooperando anche sul piano giuridico alla scrittura del Management Plan, costruendo nel rispetto delle tradizioni gli accessi alle aree protette, migliorando le aree di sosta per i trekkinisti e gli alpinisti e proteggendo l’ambiente, piantando alberi, potenziando le canalizzazioni per l’acqua nelle oasi e avviando azioni sistematiche di recupero dell’immondizia sui ghiacciai e lungo i villaggi, contribuendo a migliorare il sistema sanitario e scolastico. Sono alcuni esempi delle 36 diverse azioni che in 5 anni di accompagnamento dovrebbero consentire il funzionamento autonomo del Parco del Karakorum il cui simbolo è per certo il K2.
    Perché tutto questo, quando la crisi economica morde duro anche in casa nostra? Perché il Pakistan è un grande paese islamico, strategico per gli equilibri e la sicurezza del mondo. Perché le regioni nord del Pakistan sono tra le più deboli e sottoposte alle pressioni, a occidente dei talebani, mentre a oriente è ancora dichiarata la guerra con l’India per il Kashmir. Perché a nord c’è la Cina che straborda e penetra economicamente verso sud in cerca di mercati e sbocchi sul mare indiano. Ci sono altre mille ragioni che possono giustificare la presenza italiana, insieme evidentemente alla comunità internazionale, da quelle parti, anche di interesse economico per le nostre imprese. Le più importanti come Finmeccanica, Eni, Impregilo hanno in Pakistan importanti interessi economici, altre stanno sviluppando una rete di collaborazione commerciale e imprenditoriale interessante in campo agricolo, alimentare, dell’housing. Ma c’è anche la nostra storia e tradizione e la sorprendente empatia che scatta ogni qualvolta ci si relaziona con i pakistani, sia sul piano professionale sia su quello delle collaborazioni imprenditoriali, culturali, scientifiche, perfino alpinistiche.


    Quale può essere il ruolo dell’alpinismo italiano nei progetti dell’Italia all’estero? Può esso svolgere la funzione di intervento del nostro paese in altri contesti nazionali?
    Un ruolo per l’alpinismo è semplice trovarlo in Italia o all’estero. È quello di essere vetrina e cassa di risonanza delle montagne e della cultura delle montagne. Un ruolo che talvolta si perde nella capziosa rincorsa all’ultimo tecnicismo. Altre diluendosi nel “commerciale” bieco e senza dignità, come accade troppo spesso attorno all’Everest.
    C’è un alpinismo “buono” che è quello che rispetta alcuni valori come la lealtà sportiva e la salvaguardia dell’incolumità psichica e fisica di chi lo pratica, ma esprime anche una lealtà nei confronti della montagna che non deve essere “conquistata” con violenza ma con conoscenza, intelligenza, perseveranza e forza. Un alpinismo che rispetta le culture che trova sul suo percorso e che le contamina, è inevitabile che ciò accada nei processi di sviluppo sociale che si stanno sviluppando per fortuna anche attorno alle montagne in tutto il mondo, portando valori, idee, risorse, non solo sfruttamento.
    Gnaro Mondinelli ha costruito scuole e ospedali, come Simone Moro, Messner e Hillary anche in maggior misura, hanno dedicato sapere e soldi a questa che è diventata spesso una missione di non minore importanza rispetto ai loro risultati alpinistici.
    Dopodiché attenzione, l’alpinismo rappresenta per le montagne quello che un’insegna al neon rappresenta per un centro commerciale, rappresenta forse il 2 o il 3 percento del mondo complessivo delle montagne. Il resto è fatto di natura che va protetta e valorizzata e uomini che lì vivono e hanno necessità di sviluppo e benessere come tutti.


    «Andare fra le montagne selvagge è una via della liberazione». Queste parole di Milarepa possono investire secondo lei anche un piano sociale, oltre che “spirituale”?
    Certo che sì. Milarepa, come tutti i mistici e non solo che hanno vissuto e pregato sulle montagne, ha tratto da esse la forza dell’ispirazione e il coraggio dell’annuncio di messaggi chiari e forti in favore dell’uomo e della natura. La libertà è un valore immenso, la si assapora fino in fondo viaggiando in valli come la Shasgan a nord del K2 o sul plateau tibetano, eppure la libertà delle montagne è caos e pericolo senza la consapevolezza dei valori fondanti la civiltà umana e senza la responsabilità della scelta e dell’azione. La “liberazione” attiene ad uno stato individuale che rare volte è dato percepire e assaporare. Capita quando la compenetrazione nella natura diventa quasi mistica e ci si “perde” viaggiando nelle valli, sui crinali, fino alle vette dell’Himalaya e del Karakorum.


    L’attività in montagna come superamento delle proprie paure e dei limiti umani: se si pensa alla politica come un insieme di uomini, la montagna può rivestire in questo ambito un ruolo essenziale…
    Ho il dubbio che i politici montanari non siano migliori di quelli che in montagna non ci sono mai andati. Certo la natura, la conoscenza diretta e provata delle sue regole, l’asprezza e capacità di tempra del carattere che la montagna induce possono essere di grande aiuto nel fare politica. Personalmente dalla montagna ho imparato moltissimo. La montagna come scuola di vita, non è un artificio retorico, ma un dato di fatto. Prendiamo una spedizione alpinistica al K2, per esempio. Un grande obiettivo che richiede preparazione fisica e mentale, motivazione, determinazione, sacrifici e risorse. Sì, anche le spedizioni come la politica (se questo dev’essere il paragone) costano. Poi ci vuole la squadra, composta da gente che abbia caratteristiche che si compensano nei pregi ma che abbiano anche grande capacità di collaborazione, tolleranza e solidarietà reciproca. La squadra deve consentire a tutti di esprimersi al meglio, di ottenere dei risultati e soddisfazioni personali. La debolezza e la forza di ognuno deve essere governata, rispettata e indirizzata nel gioco di squadra, al risultato. Solo così si otterrà la “conquista” della cima.
    Facile a dirsi, più difficile farlo quando la bufera ti respinge dalla parete per giorni, quando la noia e l’umidità ti opprimono al campo base, quando la fatica e la mancanza di ossigeno appesantiscono le gambe finché non riesci nemmeno più a sollevarle. In due mesi di spedizione al K2, per sport e passione si partecipa a un realistico paradigma di ciò che spesso accade nella vita normale.
    Credo che ogni buon politico trarrebbe grande giovamento per il proprio carattere e per la propria carriera dal partecipare a una spedizione alpinistica. Ma ovviamente ce ne sono anche di molto bravi che in montagna ci vanno solo a Cortina a ferragosto.

    Alessandro Ricci
     

I circoli della Nuova Italia
Circoli Nuova Italia © 2009 http://www.circolinuovaitalia.org - Tutti i diritti riservati