.:QUARTA E ULTIMA PARTE:.
di Omar Kamal
Sostenendo gli ogm, si sostengono le multinazionali verso cui si rischia di diventare sempre più dipendenti, perdendo poco alla volta cose come identità, autonomia, sovranità alimentare. Da questo punto di vista, la cultura dell'ogm, non rischierebbe di mettere a repentaglio le realtà locali e le piccole imprese territoriali?
Questo timore è reale. Ma quando si parla di realtà locali, di piccoli imprenditori, di distretti della qualità, i soliti sponsor degli OGM accusano i loro critici di “nostalgie” e di “passatismo”. Sono con tutta evidenza critiche strumentali e infondate, che ignorano il valore aggiunto, anche economico, del “territorio” identitario e profondamente radicato nelle sue tradizioni, che non vanno confuse con la cieca e sterile conservazione sclerotizzata, anzi sono l’esatto contrario. Infatti solo una forte identità dinamica consente, anzi richiede il cambiamento nel tempo, che però deve essere equilibrato e armonico, come avviene in ogni organismo sano, caratterizzato dal “divenire” e non dalla “cristallizzazione”. Per questo voglio rimarcare la mia lontananza da ogni nostalgia bucolica e arcadica e da ogni retorica superficiale sulla bontà a priori dei “cibi naturali” (che possono essere dannosi come quelli artefatti, si pensi ai vari tipi di microrganismi produttori di tossine molto pericolose per l’uomo). Va detto che gli stessi cibi creduti “tradizionali” da secoli spesso hanno una origine recente. Quindi va fatta molta attenzione alle argomentazioni usate.
V’è poi un altro aspetto preoccupante, vale a dire il rischio che tali colture rovinino di fatto i campi. Non tutti ne parlano, ma negli Stati Uniti – ad esempio – le multinazionali hanno già perso le prime class action nei confronti degli agricoltori americani…
E’ vero. Ad esempio due distinte sentenze di tribunali USA hanno obbligato la Bayer CropScience a pagare 3,5 milioni di dollari ad agricoltori statunitensi che hanno avuto inquinamenti da transgenico nelle loro colture. Esiste il pericolo di un enorme carico di sanzioni pecuniarie, una vera e propria voragine che potrebbe penalizzare i comportamenti più sconsiderati delle multinazionali. Qui bisogna essere chiari: quando si citano esempi di “inquinamento” da OGM si tratta di fatti reversibili, per cui non è il caso di drammatizzare. L’importante è non varcare la soglia del “non-ritorno”: attualmente è un pericolo inesistente. Un domani non so. Certo che la strategia imperialista delle multinazionali, come la Monsanto o la Syngenta, che cercano di colonizzare il mondo e realizzare un oligopolio dei brevetti sulle principali e più redditizie colture alimentari, non lascia ben sperare. Anche per tali motivi ritengo che le ricerche sugli OGM in questo settore dovrebbero essere in gran parte pubbliche, in modo da escludere il “profitto” e quindi poter procedere con la giusta cautela, senza l’ossessione di dover recuperare velocemente gli investimenti fatti. Ma mi rendo conto che questa via attualmente potrebbe essere perseguita in pochi casi, considerato lo stato della ricerca pubblica, non solo in Italia.
Perché siamo arrivati a confondere la parola “ogm” con il termine “progresso”. Ci può essere vero progresso senza ogm?
Secondo me è più corretto parlare in termini plurali, quindi non “progresso”, come mito totalizzante, ideologico, ma “progressi”: questo significa rifiutare un approccio apologetico, ingenuo, generico e massificante, per seguire un approccio attento, disincantato, razionale, differenziato e differenziante. Contro l’ideologia mercatista della lobby OGM, non dobbiamo abbracciarne una opposta e contraria, pauperista e regressiva, inevitabilmente perdente, ma dobbiamo uscire da questa soffocante logica a due “valori” omogenei per scegliere modalità, termini, aspetti e tempi dei “progressi”. Infatti dobbiamo analizzarne e valutarne i contenuti reali (e non propagandistici), fondamentalmente in relazione al benessere della nostra comunità nazionale. E questo evidentemente vale per tutti i popoli. Facendo un esempio tratto da un ambito economico e lavorativo: che “progresso” è quello che provoca un aumento dei profitti delle aziende e un parallelo aumento della disoccupazione, come è avvenuto più volte in alcune nazioni afflitte da una sfrenata logica liberista? Di questo “progresso” per pochi, puramente tecnologico, finanziario, ecc., ne facciamo volentieri a meno…
Quanto lei sta dicendo mi spinge ad approfondire il tema. Infatti il progresso è strettamente connesso al mondo della scienza moderna, quindi le chiedo il suo parere su quanto affermano alcuni, cioè che la maggioranza dei cittadini italiani si pone contro gli OGM perché esiste nel nostro Paese un generale “pregiudizio antiscientifico”, che si manifesta in tanti NO: al nucleare, all’alta velocità, ecc. per arrivare agli OGM.
L’argomentazione risulta credibile solo in apparenza: intanto direi che in Italia, più che un “pregiudizio antiscientifico”, è un po’ diffuso un altro tipo di pregiudizio”, quello “antitecnologico”, in particolare nei confronti delle megatecnologie (non certo contro computer e telefonini!), ben diverso dal pregiudizio “antiscientifico”. Al di là di questa precisazione, è sufficiente guardarsi intorno, senza lo sconsolante provincialismo di certi “commentatori,” per smentire la presunta consequenzialità tra il NO al nucleare o all’alta velocità e quello agli OGM. Infatti se ciò fosse vero, in nazioni come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna, piene di centrali nucleari, treni ad alta velocità e megatecnologie avanzate di tutti i generi, dovremmo trovare una estrema disponibilità verso gli OGM. Ma la realtà ci dice l’esatto contrario. I cittadini in questi paesi hanno lo stesso atteggiamento critico verso gli alimenti transgenici al pari degli Italiani. Come si vede le argomentazioni polemiche della lobby pro-OGM sono deboli e spesso inconsistenti sotto il profilo della logica e dei fatti.
Interessante questo aspetto… e cosa sta avvenendo in Europa con le colture transgeniche?
Per rispondere, mi baso sui dati forniti da poco dall’ISAAA sul recente andamento di tali colture nelle nazioni europee. Nel 2009, rispetto al 2008 si è verificato un vero e proprio crollo del 12% dei terreni seminati con OGM, già per altro di estensione assai modesta: si è passati dai 107.719 ettari del 2008 ai 94.750 ettari del 2009, 76.057 dei quali coltivati dalla Spagna che, se pur in decremento del 4%, è la nazione con maggior presenza di colture transgeniche. Solo in Portogallo c'è stato un aumento (+ 5 % corrispondenti a 5.093 ettari), la Polonia è stazionaria (3. 000 ettari), mentre in tutte le altre nazioni si sono verificate riduzioni a due cifre: -23% per la Repubblica Ceca (6.480 ettari), - 47 % per la Romania (3.245 ettari), - 55 % per la Slovacchia (875 ettari), in Germania poi il calo è stato del 100% e quindi non esistono più coltivazioni GM. Da notare che pure in Francia e Gran Bretagna non sono presenti colture di OGM. Quindi si può ribadire che le nazioni europee più scientificamente e tecnologicamente evolute non sono “transgeniche”.
Eppure i sostenitori degli OGM dicono che da sempre l’uomo cerca di potenziare e rendere più efficienti le sue coltivazioni, e quindi la natura…
Naturalmente tutti siamo d’accordo che la natura vada “potenziata” e “perfezionata”, come dice anche la Chiesa, ma se pensiamo al significato delle parole appare evidente che la via del transgenico vero e proprio (cioè il trasferimento di geni tra organismi geneticamente molto lontani tra loro e che in natura mai potrebbero dare luogo a un accoppiamento con discendenza), pone non pochi problemi: rompendo le barriere naturali che esistono tra i gruppi biologici non si perfeziona la natura in quanto si esce dalle sue linee di sviluppo evolutivo, piuttosto la si altera, la si manipola sostituendosi all’azione di Dio o dell’evoluzione (a seconda delle proprie convinzioni). Ovviamente non si tratta di negare a priori questa strada per motivi ideologici, ma almeno si abbia l’onestà di non parlare di “potenziamento” e “perfezionamento”. Esiste una differenza qualitativa tra l’aumento artificiale del tasso di mutazione in un organismo (procedura molto seguita in passato, ad esempio, per il miglioramento della produttività del frumento) e l’inserimento di geni del tutto estranei: nel primo caso si accetta una idea organica e sistemica del vivente che si autoregola nel cambiamento attraverso un bilanciamento e un interazione tra vari livelli, non solo genici, nel secondo l’approccio è meccanicista e atomista: si sommano, in modo forzoso, pezzi di DNA esogeno al genoma di un organismo. Almeno andrebbero migliorate le tecniche che ancora sono grossolane: non sappiamo, ad esempio, quante copie del gene vengono introdotte e dove si vanno a posizionare. Sono aspetti molto importanti, a cui si aggiungono le recenti acquisizioni della ricerca, che hanno dimostrato come nel tempo il patrimonio genetico degli OGM vada incontro a un riarrangiamento. In un lavoro pubblicato nel 2008, su una importante rivista, Plant Molecular Biology, è stato dimostrato che il gene per la proteina Bt (molecola tossica per alcuni insetti), inserito nel mais MON810, ha “spezzato” un gene già esistente nella pianta. L’operazione di transgenesi, inoltre, ha determinato la formazione di segmenti di RNA, in origine assenti: in pratica questo RNA è frutto della “copiatura” di una parte del gene “spezzato”, prima menzionato, e di una parte del gene inserito. Ciò può determinare la sintesi di proteine nuove con effetti del tutto ignoti. Questo non è il solo caso, dato che altri laboratori hanno ottenuto risultati analoghi analizzando la soia transgenica, tollerante il glifosato, o altri tipi di mais GM. A seguito di una di queste scoperte (sulla mancanza nell’OGM di un pezzo della sequenza teorica del DNA inserito) la stessa Monsanto alcuni anni fa ha dovuto modificare già una volta il brevetto di un suo prodotto ingegnerizzato.
Lei ha appena parlato di “sintesi di nuove proteine con effetti del tutto ignoti”. Siamo entrati in un settore molto controverso: il rapporto OGM-salute. Il consumatore chiede: “c’è da fidarsi?”
Ovviamente nessun ricercatore pensa che gli OGM in commercio siano gravemente dannosi per la salute (d’altra parte – osservano alcuni - certi fenomeni patologici possono apparire dopo molto tempo e in seguito ad un consumo prolungato e rilevante), ma è altrettanto vero che esistono dati sperimentali che dovrebbero spingere a condurre ulteriori ricerche circa l’eventuale impatto sulla salute di alcuni alimenti ingegnerizzati, migliorando così anche la batteria di test a cui sottoporre ogni nuovo evento transgenico in attesa di autorizzazione (faccio riferimento agli studi condotti in vari Enti e Università italiane ed estere da esperti come Infascelli, Malatesta, Bertheau, Magaña-Gómez, Kiliç, Séralini, Velimirov, Carrasco, ecc.). Chissà perché scarseggiano i finanziamenti per questi approfondimenti sperimentali…!
Ho sentito parlare di vie tecnologicamente molto evolute, ma che non richiedono l’uso della transgenesi. Esistono e possono conseguire buoni risultati?
Sì esistono e sono assai interessanti. Alcuni si “dimenticano” di evidenziare che la scienza e la tecnologia oggi disponibile possono fornire anche vie differenti da quella degli OGM per conseguire moltissimi risultati analoghi. Così viene ignorato, ad esempio, il breeding by design, che rappresenta appunto una alternativa alle piante transgeniche. Questo metodo costituisce una fase estremamente avanzata ed efficace delle tecniche di incrocio e selezione varietale: è una nuova e sofisticata tecnologia che permette di ottenere risultati precisi e rapidi. Come scrivono due esperti del settore, Peleman, e van der Voort, “Il breeding by design possiede le stesse potenzialità degli OGM per il miglioramento delle colture, ma richiede meno investimenti e inoltre non si pone in contrasto con l’opinione pubblica”. Pochi sanno che dal 2000 ad oggi almeno ventisette varietà vegetali sono state migliorate con l’uso della selezione operata mediante maker molecolari, ottenendo risultati molto soddisfacenti tanto che sono state immesse sul mercato e utilizzate in diversi paesi, anche in via di sviluppo. Andrebbe anche citato il riso Nerica, dalla elevata produttività e resistenza agli stress ambientali, che è stato il risultato, ottenuto senza transgenesi, della ricerca autoctona di scienziati africani. Con questo voglio dire che non bisogna confondere il campo molto ampio e differenziato delle biotecnologie, che presenta molteplici aspetti interessanti e promettenti, con quello più ristretto dell’ingegneria genetica e, ancora di più, della transgenesi in senso specifico: questi ultimi due settori fanno parte dell’ambito biotecnologico, ma non lo esauriscono affatto. Tutt’altro! Quindi si può essere perplessi verso gli alimenti transgenici senza per questo negare le grandi potenzialità positive di altri settori della biologia molecolare. E sottolineo tutto ciò per smentire ancora un volta l’interessata menzogna di chi accusa tutti i critici degli OGM di essere annebbiati dal pregiudizio antiscientifico. Sono loro ad essere “annebbiati” da interessi spesso poco limpidi.
In conclusione?
In conclusione – voglio ribadirlo - credo che la posizione più corretta nel campo degli alimenti e più in generale dello colture transgeniche sia quello di evitare posizioni ideologiche di qualsiasi tipo e valutare gli OGM caso per caso, naturalmente anche con particolare attenzione al contesto ambientale, culturale, sociale ed economico delle nazioni dove coltivarli. Per una valutazione corretta andrebbero analizzati in modo differenziato i diversi metodi e risultati inseriti nel vasto e composito ambito delle biotecnologie, quindi evitando ogni approccio totalizzante, sia pro sia anti-OGM. Inoltre particolare attenzione andrebbe riservata al problema dei brevetti attraverso i quali poche aziende potrebbero detenere di fatto un enorme potere su un settore così vitale e importante come quello dell’alimentazione. La sovranità alimentare dei popoli, di tutti i popoli, è intoccabile, indiscutibile. Per questo sarebbe molto utile una ricerca in biotecnologie prevalentemente e realmente pubblica. Comunque risulta per lo meno imprescindibile un reale controllo, da parte di laboratori sperimentali pubblici, sui nuovi OGM prima di dare l’autorizzazione alla loro immissione nel mercato. Questi, a mio parere, sono alcuni punti fermi da tenere presente.