di Alessandro Ricci
Abbiamo contattato Agostino Da Polenza, alpinista italiano di fama internazionale, per parlare della montagna, del ruolo sociale e politico che essa può svolgere nelle relazioni internazionali e delle possibilità che offre a chi vi si approssima in modo cosciente e responsabile.
La “geopolitica della montagna”, vista dunque da chi l’ha vissuta in primo piano. Agostino Da Polenza ha infatti cominciato a scalare fin da giovanissimo le montagne nei dintorni del bergamasco, dove è nato e cresciuto, e dalla metà degli anni Settanta ha intrapreso, dopo il Monte Bianco, le scalate delle più alte e difficili vette del mondo. Ha prima “conquistato” le cime andine del Puscanturpa Nord e la parete Sud dell’Huandoy, poi gli ottomila del Lhotse, nell’83 il primo K2 e successivamente i Gasherbrum 1 e 2 e il Nanga Parbat, e ancora, più tardi, l’Annapurna, il Manaslu, il Cho Oyu e lo Shisha Pagma. Alle imprese alpinistiche Da Polenza, grazie all’esperienza e alle capacità organizzative maturate in questi decenni di fervente attività alpinistica, ha sempre accostato un’intensa opera di promozione e organizzazione di progetti scientifici (su tutti il Ev-K2-CNR per la misurazione di K2 ed Everest e Share Everest 2008) e di cooperazione internazionale.
Agostino Da Polenza, lei che ben conosce la montagna e le possibilità che essa offre all’uomo – non solo in termini personali e di superamento dei propri limiti “umani” – pensa che essa possa inserirsi nei progetti di cooperazione tra paesi, e in che modo?
La montagna è di certo una barriera formidabile. Lo sono state le Alpi per secoli e lo è tuttora l’Himalaya. Se si pensa in termini di “difesa” a questa catena montuosa, che dall’Hindu-Kush si estende attraverso il Karakorum e l’Himalya fino a lambire il Golfo del Bengala, ci si rende conto quanti pochi siano ancora, in quasi 4000 chilometri, i valichi accessibili tra nord cinese e il sud pakistano, indiano e nepalese.
Ma i valichi, le valli e le regioni a ridosso delle montagne sono anche territori di transito, di scambio tra culture diverse e quindi luoghi di contaminazione e accrescimento culturale, e contemporaneamente anche di preservazione di identità culturali forti, protette nelle enclave montane chiuse.
Che i montanari di tutto il mondo abbiano nel loro “dna” i segni comuni delle loro terre e tradizioni non c’è proprio dubbio. Basta guardare i denominatori comuni dei manufatti d’uso domestico, abitativo, lavorativo o festaiolo che sia. Quante volte ho trovato in Karakorum oggetti e modi di fare simili a quelli della gente delle mie valli dell’alta bergamasca. Il piccolo museo etnografico che abbiamo creato come Ev-K2-CNR ad Askole, l’ultimo villaggio sulla via del K2, contiene decine di oggetti esempio di questa similitudine culturale e artigianale, e certamente un contadino di Schilpario riconoscerebbe come “propri” molti di quegli oggetti.
Nel 2004, insieme a un bel gruppo di alpinisti italiani, abbiamo celebrato il 50° della prima salita del K4 avvenuta per il coraggio di Compagnoni, Lacedelli e compagni sotto la guida di Desio. È stata una bella festa alpinistica ma anche l’occasione per dare finalmente forma a una collaborazione con le popolazioni locali che non aveva mai trovato un modo organico di esprimersi. Certo la nostra, italiana, è stata probabilmente dalla fine dell’Ottocento, tra le più solide esperienze esplorative in quelle regioni da sempre appannaggio di viaggi e infiltrazioni inglesi, russe e francesi.
Così, anche approfittando della nostra presenza e avendo con noi un alpinista-politico di genuina passione montanara come Gianni Alemanno e un gruppo qualificato di “scientifici” di Ev-K2-CNR, abbiamo colto al volo l’occasione per promuovere un progetto che contribuisse a dare una mano ai pakistani a costituire il “Central Karakorum National Park”. Un’area di 10.000 km quadrati di parco naturalistico a protezione integrale contornata da un’altrettanta vasta area adiacente dove vivono quasi un milione di abitanti. Una dimensione paragonabile a poco meno della regione Lazio, per intenderci. Un progetto di grande respiro internazionale che, con l’aiuto del nostro Ministero degli Esteri, ha avuto la fortuna di intercettare le risorse derivanti dalla cancellazione del vecchio debito che il Pakistan aveva con l’Italia. E una volta tanto si è riusciti a convertire il debito in progetti “veri” di sviluppo e contrasto alla povertà.
Con la Karakorum International University, il Ministero dell’Ambiente del Pakistan, il WWF, l’Aga Khan Foundation e con altre istituzioni pubbliche e private pakistane, sotto il cappello dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente UNEP abbiamo avviato un’azione concreta di supporto alla formazione della classe dirigente della regione attraverso la cooperazione a livello di scuole e università. Formando i futuri esperti e dirigenti del Parco, cooperando anche sul piano giuridico alla scrittura del Management Plan, costruendo nel rispetto delle tradizioni gli accessi alle aree protette, migliorando le aree di sosta per i trekkinisti e gli alpinisti e proteggendo l’ambiente, piantando alberi, potenziando le canalizzazioni per l’acqua nelle oasi e avviando azioni sistematiche di recupero dell’immondizia sui ghiacciai e lungo i villaggi, contribuendo a migliorare il sistema sanitario e scolastico. Sono alcuni esempi delle 36 diverse azioni che in 5 anni di accompagnamento dovrebbero consentire il funzionamento autonomo del Parco del Karakorum il cui simbolo è per certo il K2.
Perché tutto questo, quando la crisi economica morde duro anche in casa nostra? Perché il Pakistan è un grande paese islamico, strategico per gli equilibri e la sicurezza del mondo. Perché le regioni nord del Pakistan sono tra le più deboli e sottoposte alle pressioni, a occidente dei talebani, mentre a oriente è ancora dichiarata la guerra con l’India per il Kashmir. Perché a nord c’è la Cina che straborda e penetra economicamente verso sud in cerca di mercati e sbocchi sul mare indiano. Ci sono altre mille ragioni che possono giustificare la presenza italiana, insieme evidentemente alla comunità internazionale, da quelle parti, anche di interesse economico per le nostre imprese. Le più importanti come Finmeccanica, Eni, Impregilo hanno in Pakistan importanti interessi economici, altre stanno sviluppando una rete di collaborazione commerciale e imprenditoriale interessante in campo agricolo, alimentare, dell’housing. Ma c’è anche la nostra storia e tradizione e la sorprendente empatia che scatta ogni qualvolta ci si relaziona con i pakistani, sia sul piano professionale sia su quello delle collaborazioni imprenditoriali, culturali, scientifiche, perfino alpinistiche.
Quale può essere il ruolo dell’alpinismo italiano nei progetti dell’Italia all’estero? Può esso svolgere la funzione di intervento del nostro paese in altri contesti nazionali?
Un ruolo per l’alpinismo è semplice trovarlo in Italia o all’estero. È quello di essere vetrina e cassa di risonanza delle montagne e della cultura delle montagne. Un ruolo che talvolta si perde nella capziosa rincorsa all’ultimo tecnicismo. Altre diluendosi nel “commerciale” bieco e senza dignità, come accade troppo spesso attorno all’Everest.
C’è un alpinismo “buono” che è quello che rispetta alcuni valori come la lealtà sportiva e la salvaguardia dell’incolumità psichica e fisica di chi lo pratica, ma esprime anche una lealtà nei confronti della montagna che non deve essere “conquistata” con violenza ma con conoscenza, intelligenza, perseveranza e forza. Un alpinismo che rispetta le culture che trova sul suo percorso e che le contamina, è inevitabile che ciò accada nei processi di sviluppo sociale che si stanno sviluppando per fortuna anche attorno alle montagne in tutto il mondo, portando valori, idee, risorse, non solo sfruttamento.
Gnaro Mondinelli ha costruito scuole e ospedali, come Simone Moro, Messner e Hillary anche in maggior misura, hanno dedicato sapere e soldi a questa che è diventata spesso una missione di non minore importanza rispetto ai loro risultati alpinistici.
Dopodiché attenzione, l’alpinismo rappresenta per le montagne quello che un’insegna al neon rappresenta per un centro commerciale, rappresenta forse il 2 o il 3 percento del mondo complessivo delle montagne. Il resto è fatto di natura che va protetta e valorizzata e uomini che lì vivono e hanno necessità di sviluppo e benessere come tutti.
«Andare fra le montagne selvagge è una via della liberazione». Queste parole di Milarepa possono investire secondo lei anche un piano sociale, oltre che “spirituale”?
Certo che sì. Milarepa, come tutti i mistici e non solo che hanno vissuto e pregato sulle montagne, ha tratto da esse la forza dell’ispirazione e il coraggio dell’annuncio di messaggi chiari e forti in favore dell’uomo e della natura. La libertà è un valore immenso, la si assapora fino in fondo viaggiando in valli come la Shasgan a nord del K2 o sul plateau tibetano, eppure la libertà delle montagne è caos e pericolo senza la consapevolezza dei valori fondanti la civiltà umana e senza la responsabilità della scelta e dell’azione. La “liberazione” attiene ad uno stato individuale che rare volte è dato percepire e assaporare. Capita quando la compenetrazione nella natura diventa quasi mistica e ci si “perde” viaggiando nelle valli, sui crinali, fino alle vette dell’Himalaya e del Karakorum.
L’attività in montagna come superamento delle proprie paure e dei limiti umani: se si pensa alla politica come un insieme di uomini, la montagna può rivestire in questo ambito un ruolo essenziale…
Ho il dubbio che i politici montanari non siano migliori di quelli che in montagna non ci sono mai andati. Certo la natura, la conoscenza diretta e provata delle sue regole, l’asprezza e capacità di tempra del carattere che la montagna induce possono essere di grande aiuto nel fare politica. Personalmente dalla montagna ho imparato moltissimo. La montagna come scuola di vita, non è un artificio retorico, ma un dato di fatto. Prendiamo una spedizione alpinistica al K2, per esempio. Un grande obiettivo che richiede preparazione fisica e mentale, motivazione, determinazione, sacrifici e risorse. Sì, anche le spedizioni come la politica (se questo dev’essere il paragone) costano. Poi ci vuole la squadra, composta da gente che abbia caratteristiche che si compensano nei pregi ma che abbiano anche grande capacità di collaborazione, tolleranza e solidarietà reciproca. La squadra deve consentire a tutti di esprimersi al meglio, di ottenere dei risultati e soddisfazioni personali. La debolezza e la forza di ognuno deve essere governata, rispettata e indirizzata nel gioco di squadra, al risultato. Solo così si otterrà la “conquista” della cima.
Facile a dirsi, più difficile farlo quando la bufera ti respinge dalla parete per giorni, quando la noia e l’umidità ti opprimono al campo base, quando la fatica e la mancanza di ossigeno appesantiscono le gambe finché non riesci nemmeno più a sollevarle. In due mesi di spedizione al K2, per sport e passione si partecipa a un realistico paradigma di ciò che spesso accade nella vita normale.
Credo che ogni buon politico trarrebbe grande giovamento per il proprio carattere e per la propria carriera dal partecipare a una spedizione alpinistica. Ma ovviamente ce ne sono anche di molto bravi che in montagna ci vanno solo a Cortina a ferragosto.
Alessandro Ricci