di Omar Kamal
Lei è il primo “ospite” del nuovo sito dei Circoli Nuova Italia. Segno che il primo argomento di lancio, è la nostra cultura alimentare. Siamo sulla buona strada?
Siete sull'ottima strada direi. La cultura alimentare è la chiave principale, anche se una delle più sottovalutate, per interpretare la realtà di oggi. é il miglior modo per capire e correggere certe dinamiche globali, per leggere l'insostenibilità di molte attività umane, per trovare nuovi modi di agire, a partire dai nostri comportamenti quotidiani, dalle nostre scelte, dalle nostre abitudini e dalla nostra cultura locale.
Veniamo a Slow Food. Sappiamo che nasce nel 1986 per diventare poco dopo un’associazione internazionale. Qualcuno direbbe che lei è stato in anticipo sui tempi. Ci racconta qual era il contesto in cui si trovava l’Italia degli anni ’80 e che le ha fatto venire in mente Slow Food?
Negli anni '80 regnavano incontrastati lo yuppismo, il consumismo e un industrialismo che puntava tutto sull'omologazione e la serialità. La velocità era eretta a misura dell'efficienza e non faceva altro che togliere spazio alla cultura, alla socialità, a quella possibilità di esprimersi delle comunità locali che poi è anche sinonimo di democrazia partecipativa. Non è che la situazione oggi sia così cambiata, anzi, certi processi sono peggiorati, ma al contempo essi stanno palesando in maniera anche drammatica tutti i loro limiti. Quell'esaltazione della diversità, della lentezza come valore positivo, della cultura materiale in contrapposizione all'omologazione direi che sì, ha intercettato con un po' di anticipo quelle tematiche che oggi si sono trasformate in vere e proprie trappole sia a livello locale che globale. Il cibo si sta rivelando sempre più, come dicevo prima, una chiave interpretativa molto forte, nonché strumento per agire su questi processi industrialistici e consumistici che non sono per nulla virtuosi.
L’esistenza di Slow Food e la sua diffusione al di fuori dell’Italia, è anche conseguenza del processo di globalizzazione che ha investito il Vecchio Continente. In che termini la globalizzazione alimentare ha modificato l’Europa?
La globalizzazione alimentare riduce la biodiversità, impoverisce il gusto, cancella tradizioni e modi in cui si esprime la convivialità e quindi anche la socialità. Tutto questo ha avuto un effetto devastante sulle nostre campagne e sui contadini, che sono diminuiti a livelli mai visti nella storia. L'influenza è anche su di noi, sulla nostra capacità di distinguere e scegliere cosa è meglio. "Magiare è un atto agricolo" ha detto il poeta contadino del Kentucky Wendell Berry: mangiando siamo in grado di orientare il tipo di agricoltura che si fa nei campi, e l'agricoltura industriale purtroppo ha raggiunto il suo limite di non ritorno. Ha finito con il far sì che non siamo più noi a mangiare il cibo, ma è quest'ultimo che ci mangia. Il cibo, per come è prodotto, trasformato, distribuito e anche consumato, oggi mangia la terra, l'aria, l'acqua; mangia i contadini e la diversità, tanto quella naturale quanto quella culturale. Alla fine mangia noi stessi e ci fa cadere in balia di un consumismo sfrenato che riguarda anche i prodotti alimentari: è sufficiente un dato, ogni giorno in Italia si sprecano 4.000 tonnellate di cibo edibile. Ditemi voi se questa non è follia, se il sistema non abbia bisogno di cambiamenti profondi.
Dall’America - in quest i ultimi anni - sono giunti sul grande schermo i primi film di critica al mondo dei fast food. Tra questi “Super Size Me” o “Fast Food Nation”: il primo ha cercato di trasmettere i rischi legati ad un’alimentazione “troppo fast”, il secondo ha messo in luce il meccanismo di lavorazione delle carni. Tutto questo è servito a sensibilizzare l’opinione pubblica?
In parte sì, perché dal mio osservatorio posso dire - visto il grande sviluppo di tesserati Slow Food negli Usa - che la rete dei Farmers' market si espande sempre di più e nuovi modelli alternativi di distribuzione che si diffondono: la sensibilità sta cambiando, tanto negli Usa quanto in Europa. L'insostenibilità di questo sistema è lampante, sotto gli occhi di tutti, l'infelicità che genera comincia soltanto ora a farsi sentire e credo che questo sarà un fattore decisivo in futuro. Non possiamo continuare a farci del male e a fare del male alla Terra. Il cambiamento è lento, ma comincia a essere tangibile a livello locale in molti luoghi del mondo. Sono fiducioso.
Inoltre c’è anche Slow Food on Film… di cosa si tratta?
Slow Food on Film è un festival internazionale di cinema e cibo promosso da Slow Food e dalla Cineteca del Comune di Bologna. Promuove una nuova consapevolezza critica nella cultura alimentare, mostrando film, cortometraggi, documentari e serie tv che sviluppino un discorso originale sul cibo (pulsioni, perversioni, implicazioni identitarie e affettive), sui problemi dell'agroalimentare (effetti economici, sociali e ricadute ambientali) e sulla memoria gastronomica come patrimonio da salvare. Dopo il grande successo della seconda edizione bolognese, 2000 presenze giornaliere nelle sale, 800 accreditati provenienti da venti paesi, Slow Food On Film ritornerà, sempre a Bologna, dal 5 al 9 Maggio 2010.
Qual è il rapporto fra i giovani e l’agricoltura? Non crede che legare le scuole a dei corsi formativi, magari estivi, nelle imprese agricole o negli agriturismi, potrebbe essere un modo per non perdere il contatto con le tradizioni locali?
Da un lato i dati dicono che c'è un lieve ritorno all'agricoltura da parte dei giovani, molti di essi capiscono che l'agricoltura può essere un modo molto moderno di produrre, di recuperare un rapporto con la natura, e, se le cose sono fatte bene, anche un lavoro remunerativo. Un lavoro che ha grandi possibilità di innovazione e di dare sfogo alla creatività. Ma la situazione generale purtroppo è ancora deficitaria, tanto più se prendiamo in considerazione il mondo intero. I modi per riavvicinare la gioventù all'agricoltura possono essere tanti, ma non funzioneranno mai se non si creano le condizioni per un'agricoltura sana, locale, non stretta nella morsa dell'agro-industria e della grande distribuzione. Bisogna operare perché le campagne tornino a essere luoghi in cui è piacevole vivere, dove ci sia socialità e i servizi, nonché i giusti svaghi ne opportunità culturali. è un lavoro lungo, ma anche in questo caso credo che la deriva che il sistema attuale ha preso prima poi si trasformerà in vero sprone per un ritorno alla campagna che non sia soltanto bucolico o un modo per fuggire dalla realtà cittadina, ma un qualcosa di fortemente innovativo, al limite del rivoluzionario.
Lo scorso 25 luglio lei è stato accolto trionfalmente durante la tre giorni di Orvieto organizzata proprio dai Circoli Nuova Italia. Cosa le è rimasto di quest’esperienza?
Mi ha colpito l'aver ricevuto la conferma che questi argomenti sono più che trasversali. Anche se sono fortemente politici, hanno a che fare così intimamente con la nostra esistenza che travalicano i vecchi steccati ideologici. Dirò di più, se la politica non si libera di questi steccati non riuscirà mai a incidere profondamente e, visto che si tratta di un ambito strategico, di portata globale, perdere quest'occasione, non capire, allontanerà ancora di più la politica dalla gente, se è ancora possibile.
Cosa intende, quando parla di “sovranità del cibo”?
Parlo di sovranità alimentare, un concetto nato per sostenere le giuste rivendicazioni dei popoli del Sud del mondo in tema di politiche agroalimentari, ma che si adatta benissimo anche alle nostre esistenze urbane o occidentali. La sovranità alimentare è un principio fondamentale a livello nazionale, regionale e comunitario che sostiene che gli organismi e le comunità locali, nazionali e regionali a ogni livello hanno il fondamentale diritto e dovere di proteggere, sostenere e supportare tutte le condizioni necessarie ad incoraggiare una produzione alimentare sufficiente, sana, accessibile a tutti e tale da conservare la terra, l’acqua e l’integrità ecologica dei luoghi in cui viene prodotta, rispettando e sostenendo i mezzi di sussistenza dei produttori. Il passo dalla sovranità alimentare a quella "esistenziale", la possibilità di scegliere realmente che cosa mangiare, come consumare, è davvero breve. In un mondo dove regna il consumismo, siamo veramente sovrani di noi stessi, liberi di mangiare ciò che vogliamo?
L’Italia è uno dei paesi che subisce maggiormente la contraffazione alimentare. Tutto questo a danno tanto dei produttori, quanto dei consumatori. Come si muove Slow Food in tal senso?
Credo che se si implementassero meglio le economie locali, se ogni territorio del mondo avesse il diritto e la possibilità di continuare a praticare la propria agricoltura tradizionale, di poterla evolvere secondo criteri di adattamento locale, la contraffazione diminuirebbe: essa è un effetto collaterale della globalizzazione unita alla standardizzazione, in questo contesto è logico che i prodotti migliori vengano copiati. La miglior cura in questo caso, accanto a una sacrosanta repressione, è la prevenzione, dando il diritto a tutti di produrre indicando l'origine dei propri prodotti.
Qual è il rapporto fra Slow Food e le scuole? L’alimentazione dei più piccoli, è più “fast” o più “slow”?
Il nostro rapporto con le scuole è ottimo nella misura in cui riusciamo a fare attività didattica. I corsi di educazione alimentare e al gusto, gli orti scolastici che sono oltre duecento in tutta Italia, la riorganizzazione delle mense con prodotti freschi e locali. Siamo molto attivi sotto questi punti di vista e vediamo che i bambini sono molto ricettivi, imparano meglio dei grandi. Non è un caso che siano un target preferito delle multinazionali del cibo: gli stanno rubando l'anima attraverso la pubblicit à e la televisione. Certo che se lasciamo la loro educazione alimentare nelle mani della televisione non andremo mai molto lontano. Invece l'educazione alimentare e al gusto, alla coltivazione, nelle scuole sono fondamentali per la formazione di qualsiasi futuro cittadino con la testa sulle spalle, dovrebbero entrare nei programmi ministeriali come presupposto irrinunciabile.
E per quanto riguarda le mense aziendali?
Vale lo stesso discorso. I nostri esperimenti e i nostri progetti dimostrano che rifornendosi di cibi locali e di stagione, reinserendo le cucine all'interno delle mense, non soltanto si dà maggiore soddisfazione ai clienti - che così tra l'altro sprecano meno: c'è un reale vantaggio economico. A un piccolo iniziale aumento di spesa da mettere in bilancio, che è sempre ridicolo rispetto a certe altri voci dei budget aziendali, corrisponde sempre un risparmio sotto altri punti di vista, dalla sostenibilità alla gratificazione alla lotta allo spreco. Per cui il bilancio finale è sempre attivo, è una cosa assolutamente fattibile.
Le battaglie di Slow Food, sono le battaglie di tutti gli italiani. Tracciando un bilancio degli ultimi vent’anni, può dirsi soddisfatto dei risultati ottenuti?
Beh direi di sì, anche se ancora tanto da fare, non soltanto a livello nazionale, ma a livello mondiale. Da questo punto di vista vi invito a prendere visione di che cos'è Terra Madre, la rete mondiale di comunità del cibo che abbiamo messo in piedi a partire dal 2004. Sul sito www.terramadre.org trovate tutte le informazioni e gli indirizzi delle migliaia di comunità coinvolte in 153 Paesi del mondo: quella è la nostra speranza, quella è una multinazionale virtuosa che cambierà il mondo, che sarà protagonista di una nuova rivoluzione industriale, quella che finalmente ci riconcilierà con la Terra.
Parliamo di OGM. Non ha la sensazione che di recente ci sia stato un calo dell’interesse mediatico su questo argomento?
Un po' è vero, ma credo sia dovuto al fatto che le multinazionali che li producono continuino a trovare barriere e quindi abbiano mollato un po' la presa, perché i cittadini e i contadini del mondo non li vogliono. Ma mai abbassare la guardia: gli Ogm, a prescindere da ogni discorso etico, ecologico o medico, sono la punta di diamante di una strategia di pochi potentati dell'agri-businness mondiale per mettere ancora di più le mani sul nostro cibo, per controllarlo e strapparlo dalle mani dei contadini. Questo dovrebbe bastare a vietarli: sono la rovina delle economie locali, della sostenibilità del cibo, del lavoro dei contadini, della cultura del cibo, della felicità di mangiare e condividere con gli altri.