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Ospite dei Circoli


Intervista a Massimo Pini

Autore: Redazione

di Omar Kamal

A dieci anni dalla morte di Craxi, in Italia, il giudizio sullo storico leader socialista non è univoco. Lei, che è stato uno dei suoi più stretti collaboratori, che giudizio ne da?
Mi sembra che a dieci anni dalla morte, la figura di Bettino Craxi sia oggi ampiamente rivalutata, come dimostra la lettera del presidente della Repubblica alla vedova Anna. Sempre più in futuro ci si ricorderà dei suoi persecutori in relazione a lui, come accadde per il carceriere di Napoleone a Sant’Elena.

Craxi ha pagato più d’ogni altro l’effetto Tangentopoli. Su questo, credo non ci sia dubbio. Secondo lei, perché? Quanti hanno beneficiato di questa situazione?
Bettino Craxi era un europeista ma difendeva anche gli interessi nazionali; era “atlantico” senza essere un servitori degli USA; difese i diritti del popolo palestinese; aveva più di altri contribuito al crollo dell’impero dell’URSS con i missili in Sicilia. In politica interna, non era certo un dipendente dei cosiddetti “poteri forti” dell’economia e dei media. Si avvantaggiarono della sua caduta i comunisti, i fascisti e tutti coloro che misero le mani sul patrimonio pubblico a prezzi stracciati.

Il dopo-Craxi ha sancito anche la fine della cosiddetta Prima Repubblica. Come hanno vissuto i socialisti, il passaggio alla Seconda Repubblica? In gioco c’era anche una “memoria storica”…
Non mi sembra che sia mai nata una Seconda Repubblica. Sarei dell’opinione di Rino Formica, e cioè che la Prima Repubblica era un regime democratico, e la Seconda Repubblica un regime oligarchico e per certi aspetti monarchico.

Con Tangentopoli, fece scalpore il debito pubblico dell’Italia, paventando il rischio di una crisi economica nazionale. Oggi invece, siamo di fronte a una crisi economica globale, oltretutto conclamata. Cos’è successo?
Il debito pubblico italiano nacque negli anni Settanta, all’epoca del regime consociativo DC-PCI che avrebbe dovuto sfociare nel compromesso storico. Tra il 1970 e il 1976 la creazione di base monetaria aumentò del 47,71% contro il 12,8% del periodo del Governo Craxi, tra l’82 e l’86. La crisi economica globale è il risultato della globalizzazione finanziaria: con la libera circolazione dei capitali, il debito pubblico italiano dovette fare i conti con i tassi di interesse esteri. In conseguenza, salirono i tassi di interesse del debito pubblico italiano sul libero mercato internazionale, altrimenti i risparmiatori avrebbero investito altrove, non in Italia.

La crisi economica mondiale, è scoppiata in senso al sistema creditizio. E’ tuttavia altrettanto vero, che le famiglie – mi riferisco soprattutto a quelle italiane – soffrivano la crisi già da anni addietro. Lei non trova che la notizia della crisi economica (e non la crisi economica globale) sia arrivata piuttosto in ritardo? Non s’è aspettato troppo? In fondo i segnali c’erano tutti, e pure da anni…
L’unico economista che da anni avvisava sui pericoli della crisi economica mondiale é Lyndon LaRouche, un americano non ben visto nel suo paese. Conosco LaRouche da molti anni e ho seguito le sue previsioni, naturalmente tutte pubblicate in epoche non sospette. Naturalmente nessuno, fra gli economisti, lo prese sul serio.

Che giudizio da al processo di privatizzazione nel contesto italiano? Le considera davvero un’occasione per migliorare imprese e servizi, o semmai è stata più una grande opportunità di far cassa al momento del bisogno?
Il processo di privatizzazione fu voluto per motivi ideologici, perché il capitalismo privato voleva dimostrare la propria superiorità. Ma l’operazione servì anche a recidere i legami tra il mondo dell’industria e finanza pubblica, e quello politico. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: a fine 1999 il debito pubblico aveva raggiunto il 114,9% del prodotto interno lordo (PIL) nonostante 200.000 miliardi di lire incassati dalle privatizzazioni. Bisogna non dimenticare che con il DL 389 del 24 settembre 1993, il capo di Governo di allora, Ciampi, tolse di mezzo i limiti frapposti dalla normativa sulla contabilità generale dello Stato, in vigore dal 1923, perché la valutazione dei beni dello Stato fosse da ora in poi affidata a soggetti privati, “società di provata esperienza e capacità operativa nazionali ed estere nonché a singoli professionisti di chiara fama”.

Un’ultima domanda: c’è chi dice che tanto più è stato lungo il momento di prosperità economica, tanto è più lunga è la crisi da superare. Messa così, sembra che per uscire dal tunnel ci vorrà ancora un bel po’ di tempo. Lei che ne pensa?
Nessuno può fare previsioni sulla durata della crisi, meno che mai chi non si accorse che stava per nascere.
 


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